Riflessioni

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Diritti ai Dati – Marketing territoriale strategico

Premessa

Il tema della misurazione dell’impatto di eventi culturali è, da sempre, uno dei principali topic nell’ambito del marketing territoriale.
La domanda verte, non tanto e non solo sulla quantità (ricaduta in termini di fatturato per imprese ed esercizi commerciali locali), quanto sulla qualità (partecipazione, contaminazione, percezione, discussione). Pertanto, risulta fondamentale delimitare due perimetri di osservazione e analisi: fisico e virtuale.
Ci concentriamo, in questo caso, sulla terza edizione del festival Diritti a Orvieto, svolto dal 1 al 4 novembre 2018 nella città umbra.
Abbiamo, da un lato, somministrato un questionario a un campione ristretto di circa 350 spettatori cinematografici (il festival, avendo come focus i diritti umani veicolati principalmente attraverso documentari e cortometraggi); dall’altro, abbiamo monitorato e valutato le visite al sito istituzionale nonché i trend di ricerca su Google.
L’obiettivo finale è individuare un valore di apporto del festival, in termini di posizionamento, al brand Orvieto.

 

Partecipazione

La maggior parte del campione (oltre il 91%) ha partecipato per la prima volta.
Tuttavia, è interessante notare come quasi il 10% segua fisicamente il Festival anche dopo il cambio di città ospitante, che nelle scorse edizioni si era tenuto a Todi. Una percentuale non trascurabile di utenti può essere quindi ragionevolmente ritenuta già fidelizzata, alla terza edizione del Festival.

 

Conoscenza del Festival

Il Passaparola è chiaramente la prima fonte di conoscenza del Festival (quasi il 50%). Ma hanno avuto ottime performance, in termini di visibilità, anche i social e il sito, che sono stati i principali asset su cui hanno investito gli organizzatori proprio per l’efficienza in termini di costo / contatto. Tra l’altro non possiamo escludere, ed è anzi probabile, che a partire da queste fonti si sia amplificato l’effetto del passaparola.
A livello locale, un buon contributo è stato dato dalle affissioni del manifesto, da librerie e scuola; mentre meno rilevante è stato il contributo di giornali e televisioni, che potrebbero dare un contributo importante all’ulteriore crescita del Festival.

 

Provenienza (grafico fino a minimo 5 risposte)

Il Festival ha esercitato una attrazione forte su Roma e sul centro Italia.
Al di là di Orvieto, e dell’Estero (ipotizzando che gli stranieri fossero già in viaggio in Italia), si nota come il Festival abbia capacità attrattive molto più dal resto del centro Italia che non dalla sola Umbria.
Inoltre, oltre il 20% dei partecipanti (sempre al netto di Orvieto e dell’Estero) provengono dal nord o sud d’Italia, quindi da distanze considerevoli.

 

Età

Il pubblico del Festival è chiaramente adulto e molto spesso over 50.
Se, da un lato, uno degli obiettivi delle prossime edizioni sarà quello di coinvolgere maggiormente i giovani su temi comunque non facili, dall’altro, in termini di marketing territoriale, va notato come le fasce d’età coinvolte siano quelle a maggiore capacità di spesa.
Questo dato, inoltre, conferma la necessità di organizzare il Festival in giornate di apertura delle scuole (cosa che non è capitata quest’anno, essendo coincise le date con feste da tempo inserite nel calendario scolastico regionale).

 

Sito Web

Sul versante dell’interesse online, l’indicatore utenti unici conferma, su base temporale 12 ottobre – 5 novembre 2018, ciò che già emergeva dai questionari, cioè l’attrazione del Festival per il Lazio (regione d’elezione), con un’interessante evidenza della Lombardia e, in generale, di tutto il centro Italia.
L’indicatore utenti, nel medesimo arco di tempo, dimostra invece come il Festival abbia coinvolto in misura discreta (10%) visitatori provenienti dall’estero.
Emergono, infine, due valori che confermano l’ottimo lavoro di divulgazione svolto e l’organicità/spontaneità dell’interesse: durata media visita, che ha sfiorato i 4 minuti; traffico organico e diretto, che ha rappresentato quasi il 60% delle fonti di accesso al sito.

 

Penetrazione digitale

Le evidenze che emergono da una prima analisi di Search Engine Results Page palesano l’ottimo posizionamento organico del sito dirittiaorvieto.it, in merito alle keyword o locuzioni estremamente pertinenti. In particolare, da segnalare la prima posizione su Google per la locuzione Human Rights International Film Festival, su un totale di quasi 95 milioni di risultati nel mondo.

dati aggiornati al 5 novembre 2018

 

Al di là dei tecnicismi, dalla lettura dei dati di traffico organico possiamo, facilmente, prevedere una coda lunga che avrà un impatto nei prossimi sei mesi, in termini di engagement strettamente legato al festival e, indirettamente, a Orvieto.
A questo proposito, in ottica di posizionamento della città, è altamente soddisfacente notare come in Serp, da ottobre 2018 a oggi, sia possibile verificare la presenza di 99 nuove Snippet legate alla chiave Orvieto, tutte strettamente collegate al festival Diritti a Orvieto. Il dato incide, dunque, per circa il 3% sulle pagine complessive dell’ultimo anno (sempre legate alla chiave Orvieto).
Clusterizzando ulteriormente (associazione diretta Festival dei diritti + Orvieto), la link popularity presenta un aumento diretto ai vari siti locali di circa 542 nuovi link nelle ultime tre settimane. Il dato incide, dunque, per circa il 5% sui dati di referral generici relativi alla locuzione Orvieto dell’ultimo anno.

 

Conclusioni

  • Il modello proposto integra rilevazioni offline (questionario) con rilevazioni online (web analytics), consentendo una analitica misurazione della capacità attrattiva di un evento culturale. Tale capacità di monitoraggio può risultare ulteriormente raffinata effettuando analisi comparative per eventi simili per dimensioni organizzative
  • Nello specifico di Diritti A Orvieto, la capacità attrattiva si ritiene elevata valutando le percentuali di spettatori da luoghi fisicamente distanti dall’evento, stante anche la scarsa visibilità su giornali e televisione, e l’efficacia di passaparola e comunicazione digital
  • Incoraggiante risulta la correlazione tra creazione di Snippet inerenti a Diritti a Orvieto e link popularity per il brand Orvieto
  • L’interesse rilevato si presta, come indicato, allo sviluppo di iniziative collegate al Festival e sviluppate lungo tutto il corso dell’anno (proiezioni on demand, microeventi durante l’anno), in particolare sfruttando gli asset digitali (contenuti su blog e social)
  • Una stretta collaborazione tra realtà organizzativa del Festival e associazione degli esercenti commerciali, potrebbe garantire in futuro una misurazione analitica dell’impatto dell’evento anche sull’indotto economico/finanziario

Autori: Alfredo Borrelli, Davide Magini, Virgilio Panarese

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Le confessioni del prof non sono più un segreto

Era appena cominciata l’estate di un anno fa, quando il professor Contessi ci raccontava, in questa lunga intervista, i problemi e le verità inconfessabili che nessuno voleva ascoltare e soprattutto affrontare, per migliorare la qualità dell’insegnamento nella scuola pubblica.
Oggi queste confessioni sono diventate un libro dal titolo “Scuola di classe”, e Roberto Contessi in persona lo presenterà nei prossimi giorni in due librerie romane.
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Per chi volesse partecipare, gli appuntamenti sono:

mercoledì 16 novembre ore 18.00

laFeltrinelli

via Vittorio Emanuele Orlando (Piazza Esedra)

con la partecipazione del prof. Tullio De Mauro e Marco Panara (La Repubblica)

venerdì 02 dicembre ore 18.00

Libreria Koob

via Luigi Poletti 2 (Piazza Mancini)
A questo link è possibile scaricare la recensione del libro di Roberto Contessi pubblicata sul quotidiano Il Corriere della Sera.

Qui il video in cui il prof. Contessi presenta il suo libro:

Agostino

6 luoghi comuni sul dieselgate Volkswagen

Miss Italia è salva: ora il tema forte delle discussioni è lo scandalo Volkswagen, che per dimensioni e portata produrrà molto più che qualche meme divertente (tra l’altro, apro e chiudo una rapida parentesi, la vincitrice di Miss Italia ci ha fatto dimenticare un’altra candidata che ha dichiarato, con mirabile sincretismo:  “i mie eroi sono Falcone e Borsalino”. Chapeau).

Passiamo quindi al tema forte: Volkswagen ha truffato per sei anni i test di certificazione sull’inquinamento ambientale, applicando un software che manometteva i risultati reali. Il caso riguarda undici milioni di veicoli, non solo negli USA, dove lo scandalo è scoppiato. Boom.

Ci sarebbe tanto da dire, ma in particolare qui osserveremo 6 luoghi comuni che ho notato nelle discussioni sui social network:

  1. Tutti barano, mica solo Volkswagen → FALSO mentre è vero che i test in laboratorio sulle emissioni non corrispondono ai dati reali di inquinamento, è falso, in base alle informazioni disponibili, che altri costruttori abbiano utilizzato un software che alterava i risultati, come ha fatto Vw.

  2. È un attacco degli americani per indebolire l’industria europea  FALSO Volkswagen è rea confessa, ha ammesso di aver falsificato i valori, e sta lavorando per rimediare. Inoltre è da più di un anno che l’ente di certificazione USA chiede spiegazioni, e Vw ha negato finché possibile. Poi di fronte all’evidenza si è dovuta arrendere. Se Volkswagen avesse rispettato le regole, non avrebbe avuto niente da temere…

  3. Parlano proprio gli americani che non rispettano il protocollo di Kyoto?  FALSO, O MEGLIO NON APPLICABILE questa assomiglia a “e i Marò allora?” Nel senso che sicuramente gli USA dovrebbero rispettare il protocollo di Kyoto, e quindi? Rimane il fatto che Vw ha infranto delle leggi americane, per sua stessa ammissione, e ha contribuito ad un maggiore inquinamento mondiale.

  4. I vertici non sapevano  FALSO Questa è divertente. L’ad Winterkom si è dimesso, la truffa dura da sei anni, a maggio in California Vw mandò una lettera richiamo ai possessori di auto con diesel, probabilmente fiutando l’aria dell’imminente scandalo. E’ impossibile che i vertici non sapessero. Tra l’altro, se non sapevano, sarebbe ancora peggio, dato che vorrebbe dire che in Vw vengono commesse truffe a livello mondiale all’oscuro della dirigenza.

  5. Non bisogna gioire perché si perderanno posti di lavoro  FALSO Posto che l’impatto è ancora da valutare, se anche Vw perdesse quote di mercato e dovesse licenziare, le quote di mercato perse verrebbero prese da altri costruttori, che aumenterebbero i turni di lavoro o assumerebbero altri operai per far fronte alla maggiore produzione. In questo modo anche l’indotto sarebbe tutelato. Non è prevista una riduzione delle vendite di automobili a livello globale, anzi le previsioni sono di crescita. Poi dispiace certamente se operai Vw perderanno il lavoro, ma è la legge del mercato, e se ci dobbiamo dispiacere per loro, allora dovremmo essere tristi ogni giorno perché c’è sempre qualcuno che perde il lavoro per aziende che vanno male (ma ci sono altri che vengono assunti da aziende che vanno bene). Concedeteci invece la piccola gioia di vedere i tedeschi primi della classe, secchioni e severi  con tutti, beccati a barare… per sei anni!

  6. Euro 3-4-5-6 sono serviti solo a far cambiare macchina agli automobilisti  …VERO! Allo stato dei fatti, se davvero i diesel sono mediamente molto più inquinanti di quanto ci si aspettava, il loro impatto sulla riduzione dell’inquinamento  è stato molto minore del previsto. Quindi l’obbligo di comprare nuovi modelli (i soli a poter entrare nei centri urbani) è stata soprattutto una tassa occulta sulle tasche degli automobilisti, a cui è stato imposto di cambiare macchina molto prima del necessario.
Agostino

Il dislike della discordia

Ispirato dai recenti fatti e da un post di un amico ed ex collega (il like della discordia), eccomi a scrivere il “dislike della discordia”.

Di cosa stiamo parlando? Di nulla, sostanzialmente. Non solo Facebook non prevede di introdurre il tasto “Non mi piace” a breve, ma probabilmente non lo farà mai. Visto che Zuckerberg non ha nessun interesse a trasformare il social network in una piattaforma di voto basata sul meccanismo up & down. Fonte: TechCrunch.

Fine del post? No, c’è ancora spazio per una riflessione.

Oggi “#dislike” è stato trending su Twitter  per qualche ora, seguito poi dall’italiano “#nonmipiace”. Anche su Facebook se ne è parlato parecchio, e qualcuno ha addirittura già visto da un paio di giorni un tasto che non esiste e mai esisterà…

Come è possibile che avvenga tutto questo? Che si parli per ore di una non notizia?

Ovvero la notizia è: Facebook introdurrà il tasto “mi dispiace”, che sarà attivabile in alcuni casi. It makes sense: se qualcuno posta la notizia di una strage o della malattia di un familiare, mettiamo mi piace? Sarebbe di cattivo gusto. Ma se non mettiamo mi piace, l’algoritmo di Facebook potrebbe giudicare come irrilevante il post e non dargli la giusta visibilità. Con il tasto “mi dispiace”, si potrà esprimere empatia, e Facebook potrà continuare ad intercettare contenuti interessanti per la community, anche se di tipo drammatico.

E quindi: come si passa dal tasto “mi dispiace” al fantomatico tasto “non mi piace?” È semplice: i produttori di contenuti scrivono del “Dislike” perché sanno che attrarranno più visite, i lettori leggono solo il titolo della notizia, e la frittata è fatta.

Conclusione breve. O meglio, implorazione sentita. Vi prego: leggiamoli gli articoli. Altrimenti va a finire che dovremo dare ragione a Umberto Eco, persino io che non ero per niente d’accordo.

 

Agostino

Scrittura privata

Questo post inizia al contrario. Dalla fine. Dall’end. Anzi dal back-end.

Dal cuore di quello che c’è dietro le quinte. Da quello che nessuno sa, da quel che nessuno ti chiede o vuol sapere.
Da quel che se non fai un mestiere in proprio o  non l’hai vissuto in famiglia, non immagini.
È un miscuglio di fatica costante, fiducia, entusiasmo, timore, responsabilità che ti fa spostare sempre più avanti l’inizio delle ferie o del weekend.
È un continuo studiare, leggere, approfondire, conoscere, immaginare, progettare.
È un continuo fluire, ripartire. È un movimento costante. Un divenire inarrestabile. Un errare itinerante.
È un tenere nonostante i conti, il mutuo, i crediti inevasi, le tasse, la crisi, i colpi bassi.
È un allenamento alla ricerca di un equilibrio tra mollare e attendere, tra un’aspettativa delusa e un sorriso inatteso, tra una porta sbattuta e una conferma improvvisa, tra malafede e ignoranza, tra sapienza e costanza.  Sempre in bilico tra arresti e partenze. In una posizione privilegiata, forse, ma scomoda e precaria certo.
È un esercizio antico a stimolare la virtù dei forti la pazienza, la pratica degli innovatori il coraggio, la capacità dei calciatori a cadere rotolando per diluire l’energia dell’impatto.
Si fa impresa anche per questo, nonostante questo, grazie a questo.
Ma veniamo  al front.  Se provassi a sintetizzare il lavoro di questi mesi direi back to the future. Se volessi visualizzarlo, metterei un calendario a segnare le tappe delle tante nascite di Estrogeni: 2003, 2007, 2008, 2013, 2015.
In questi ultimi due mesi,  quando la fatica dell’anno si sente, quando il meteo ti riserva l’estate più calda di sempre, quando il fisico ti molla… ecco che, puntuale, ciclica, arriva la nuova fase.
Estrogeni vive una nuova stagione, te ne accorgi dai volti nuovi che frequentano l’ufficio.
Dai nuovi brief. Dai volti confusi di chi non sa più chi sei e cosa fai. Dagli scambi di email. Dall’aria che circola. La struttura di un tempo lascia il posto a una società di consulenza strategica. La creatività si sposta sui clienti esteri, tedeschi per lo più e il ruolo principale, il core diventano le attività di intelligence, che poi altro non è che passione di te applicata al prossimo, a ogni cellula del prossimo. Sentiment analysis, SEO, stesura di progetti partecipati e di partecipazione, il contatto con l’innovazione fatta a mano, il pensiero che si fa brevetto.
Ritornano persone conosciute anni fa, ex colleghi di altre vite professionali, compagni di classe, ex clienti che non ti hanno dimenticato. Amici di clienti che ti hanno apprezzato.
La nostra struttura è fatta di un’alchimia strana. Originale. Ci sono le nostre facce, la curiosità e l’attitudine a imparare e sperimentare – che sia un progetto, una tecnologia, un lavoro mai fatto -,  ci sono le porte aperte o i vetri trasparenti dei nostri uffici agli incontri da cui, sempre, possono nascere opportunità. Ci sono la pazienza e la tenacia. La passione e la dedizione. La stima per chi ti apprezza e per chi, coraggiosamente, non ti apprezza. L’onestà intellettuale, la trasparenza. L’educazione. Ci sono la capacità di mantenere rapporti lunghi, di coltivare le relazioni. Di assecondare il mercato. Di immaginare il futuro, oggi. Di progettare in grande con piccoli budget. Di investire tanto su volti sani.
Nessuno dica che un saluto non serve. Che un sorriso sia di troppo. Che una disponibilità fuori luogo e fuori tempo sia sprecata. Che una email ben scritta non serva. Che la cura dei social sia tempo perso.
Iniziamo questa seconda parte dell’estate con un contratto con la LIRH che ci permetterà di sperimentare un modello di etnografia digitale applicata alle malattie rare, salutiamo con un arrivederci l’esperienza breve ma intensa con IPSOA e le tante iscrizioni portate al master tributario, lavoriamo per una gara in WIND, rafforziamo la collaborazione con l‘Istituto Pasteur, continuiamo a contrarre sponsor per la più attesa mostra d’arte di fine anno, entriamo nel vivo dell’organizzazione di un nuovo festival cinematografico a Todi, raccogliamo inviti a presentare la nostra visione del digital banking.
In una parola, viviamo. Come se fossimo ancora all’inizio, giusto?

 

 

Agostino

Confessioni segrete di un prof.

Per chi, come me, ha figli adolescenti alle prese con l’esame di terza media, la scelta delle superiori e le incertezze sulle regole con cui la scuola garantirà la qualità dell’insegnamento sono argomenti di discussione continua con gli altri genitori o con gli stessi insegnanti. Ma i prof ce la raccontano tutta su come funziona la scuola? Secondo Roberto Contessi, grande amico di Estrogeni e professore di storia e filosofia da 10 anni, ci sono tante cose che sono sotto gli occhi di tutti ma che nessuno vuole guardare, in una sorta di amnesia collettiva. Che non fa bene a nessuno. 

Professor Contessi, assistiamo ormai quotidianamente alle manifestazioni di protesta contro il “ddl buona scuola” di Renzi, da parte di docenti e sindacati. C’è qualcosa che non ci hanno raccontato?

L’opinione pubblica vede ma non guarda come funziona la scuola dei propri figli e i professori che scendono in piazza non la raccontano fino in fondo. Ma c’è di più: spingendo a fermare la riforma di questo governo, di fatto intendono conservare la situazione attuale.

Cominciamo forte. E per quale ragione non vorrebbero cambiare? Sono decenni che si parla di cambiamento nella scuola pubblica.

Perché siamo previlegiati: quando siamo in classe possiamo lavorare oppure no, insegnare oppure no, applicare criteri trasparenti oppure no, riempire le nostre ore di chiacchiere oppure no. Non c’è nessuno che valuta, nessuno che controlla e gli strumenti di ispezione si muovono solo in casi eccezionali: molestie, incidenti, pericolo di vita. Per il resto, vige l’anarchia dietro ogni corridoio: sono 10 anni che insegno, in sei scuole romane diverse, e questo è il quadro.

Beh, detto direttamente da un prof, comincia a farmi venire i brividi, se penso che il prossimo anno il mio tredicenne dovrà iniziare il liceo. Quale scuola lo attende?

Una scuola classista.

Consideriamo un dato: le materie fondamentali per ogni indirizzo (matematica, fisica, disegno tecnico, latino, greco, e così via, più le lingue straniere) sono quelle dove i ragazzi vanno peggio: in alcune classi sono anche 18 su 20. Cosa avviene? I figli dei ricchi o che provengono da famiglie attente sono supportati da insegnanti di ripetizioni e genitori volenterosi, mentre i figli dei poveri o che vivono in case con pochissimi libri (magari non per colpa loro) continuano ad andare male. I professori in media se ne infischiano: molti il pomeriggio fanno ripetizione ai ragazzi che vanno male nelle classi dei loro colleghi, alimentando il mercato della formazione privata. Rigidamente in nero ed esentasse.

E meno male che sono i primi a criticare i fondi alle scuole private!

Qui mi pare che ne abbiano fondato una parallela, o sbaglio?

Certamente, e poi sono i primi a scioperare contro il cambiamento, a ragion veduta dal loro osservatorio: perché mai abolire un sistema privo ci controlli, cosi ben oliato? Devono garantire la presenza in aula 18 ore a settimana: questo significa che chi non fa nulla ruba uno stipendio da 1.500 euro in su per un part-time, e chi lavora anche oltre le 18 ore guadagna lo stipendio medio di un dipendente pubblico – incluso liquidazione, contributo pensione, ferie, malattia.

Io che sono un libero professionista me le sogno di notte, certe cose.

Che razza di scuola è? Premia i ragazzi che non hanno bisogno o quelli che possono pagarsi le ripetizioni, mentre ignora chi non è portato e chi non è sostenuto. Mi domando, ma il preside che ruolo ha in tutto questo?

I presidi buonisti convincono i professori a sanare magicamente le insufficienze: chi non sa scrivere o far di conto spesso viene promosso di riffa o di raffa, ovviamente subendo il danno maggiore. Sarà per lui difficile passare i test universitari o trovare lavoro, perché la sua promozione con l’inganno lo marchia a vita.

I presidi rigidi, invece, confermano le valutazioni catastrofiche dei professori. I ragazzi bocciati a volte capiscono che devono cambiare registro, mentre spesso iniziano il vagabondaggio scolastico: in assenza di un sostegno o di un orientamento, cambiano istituto più volte e, nei casi più felici, prendono un titolo inutile da 3 anni in 1 in un diplomificio.

Immagino i problemi che sorgeranno più in là quando dovranno affrontare il mercato del lavoro, giusto?

Questo è il vero punto: questa scuola fa male ai nostri figli, li intossica. I ragazzi con un diploma di cartone sono gli ignoranti che popolano le nostre strade: non leggono, non conoscono un metodo di studio, non sanno prepararsi per un concorso, per un esame, non sanno prendere appunti, vagano su Internet solo nel reparto spazzatura e vanno ad ingrossare il parcheggio dei disoccupati, il frutto avariato della scuola di oggi. Questa è la normalità dell’istruzione dei nostri figli, questo è il tanfo che si leva dal luogo dove dovrebbero imparare.

Aiuto, che disastro! Ma a questo punto non sarebbe meglio cambiare, a prescindere, con Renzi o senza Renzi?

Attenzione però, non bisogna gridare al disastro solo quando ci va di mezzo il mio bambino biondo con gli occhi azzurri: la scuola dovrebbe fornire un servizio di qualità a prescindere da chi si iscrive. E anzi: dato che nelle scuole pubbliche passano buona parte dei giovani, dovrebbe essere il posto più monitorato d’Italia.

E invece?

E invece non combinare nulla fa comodo anche ai genitori, a tutti noi quando siamo genitori, perché vogliamo una lavatrice cui consegnare i nostri figli zotici per poi andarli a riprendere puliti e formati. Il pesce puzza dalla testa, Agostino, ricordiamocelo e nessuno ha la bacchetta magica.

E il cambiamento?

Nessuno si immagina che la riforma del Governo Renzi sia un farmaco miracoloso, ma le piazze protestano perché la responsabilità di valutare l’insegnamento viene sottratta ai professori e data in mano al preside: non giriamoci intorno. Oggi la responsabilità dell’operato dei professori è in mano a essi stessi, sotto il titolo di autonomia della docenza, così ognuno nello stesso tempo agisce e giudica se stesso, generando uno dei più grandi conflitti di interesse del mercato del lavoro.

La riforma Renzi assegna al preside la responsabilità per la valutazione dei prof, per riconoscere più soldi a quelli che lavorano di più e per scegliere, tra coloro che sono abilitati, i professori che ritiene più affidabili per le supplenze.

Questo punto mi sembra fondamentale. Possiamo sperare che arrivi finalmente la fine dell’impunità per svogliati ed incapaci?

Di sicuro, dire no significa coprire proprio quest’ultimi e favorire una scuola classista, appoggiata per di più da chi si dichiara democratico, finendo per smarrire il senso stesso di questa parola. L’uguaglianza tra cittadini deve forse valere per me che sono professore e non per i miei alunni? Devo bocciare i più sfigati, gli svantaggiati, e promuovere chi ha un vantaggio naturale o sociale? Proprio perché individua in modo chiaro un centro di responsabilità, la Riforma del Governo Renzi è, seppur timidamente, l’inizio del cambiamento.

Professor Contessi, le squilla il cellulare. Sarà Renzi che vuole chiederle ripetizioni. Con fattura, mi raccomando.

Agostino

Tassisti su Marte, il futuro in bilico tra ride&car sharing

Partendo dalle 121 nuove tesi del Cluetrain Manifesto 2015, in un articolo precedente  abbiamo visto come le nuove tecnologie stanno stravolgendo le regole tradizionali dell’economia.

Che i mercati siano conversazioni è ormai assodato: centinaia di milioni di utenti ampliano quotidianamente, spontaneamente e dal basso, l’offerta dei contenuti, vivono contemporaneamente i processi di acquisto attraverso molteplici punti di contatto (negozi fisici, siti, pagine facebook, app etc), interagiscono direttamente sia con le imprese che con gli altri utenti/consumatori, attraverso blog, forum, siti d’opinioni e social network, ricercano pareri e consigli utili per i propri acquisti, scrivono recensioni etc.

Quali sono gli effetti? E’ presto detto: l’informazione circola più liberamente, i mercati divengono più concorrenziali, la qualità viene confrontata, ed i prezzi, solitamente, si abbassano, in sintesi gli utenti stessi si avvantaggiano. Ciò vale a maggior ragione nel caso dell’economia collaborativa (sharing economy), ovvero in quel particolare nuovo modello economico basato su pratiche di scambio e condivisione i cui esempi più famosi sono  AirbnbUber o le molteplici community di car sharing, car pooling, bike sharing, book crossing o di crowdfunding presenti in rete e non solo, di cui avevamo parlato sempre nello scorso articolo.

Anche se non tutti sono d’accordo sugli aspetti positivi del cambiamento in atto quel che è certo è si spostano gli equilibri di mercato, non più unico predominio degli operatori tradizionali, che, sempre più spesso, provano a mettere in piedi delle contromosse, come se non capissero o non volessero capire quanto i tempi siano cambiati.

Emblematico il caso dei tassisti (da qui il titolo del post), che negli ultimi mesi hanno sollevato un’ondata di proteste in tutto il mondo proprio contro Uber, l’azienda americana che attraverso UberPop, un’app per il ride sharing (corsa condivisa), mette in collegamento diretto passeggeri e autisti non professionisti o chiunque voglia condividere dietro un semplice rimborso spese un passaggio sul proprio mezzo. A Milano, in febbraio, la protesta ha addirittura avuto degli accenti sessisti nei confronti della manager di Uber Italia, Benedetta Arese Lucini.

 

L’epilogo, negativo per gli utenti(per ora), è stato la sentenza del 26 maggio scorso che ha decretato la “concorrenza sleale” di UberPop nei confronti dei taxi, imponendo un blocco per il quale l’azienda ha già fatto ricorso e che sarà discusso il 2 luglio prossimo. La sentenza da pochi giorni è diventata esecutiva ma Uber, pur sospendendo temporaneamente il servizio, non si è data giustamente per vinta e si è appellata anche al governo.

Ora, se proviamo a tirare le somme, tutto questo polverone si è trasformato in un grande boomerang per i tassisti, che certo non godono di buona fama in Italia: Uber continua a crescere e i motivi per cui i taxi non piacciono sono sempre sotto gli occhi di tutti, dalle difficoltà a reperirne uno, dati i pochi taxi/procapite di cui disponiamo (si veda in tal senso un report dell’Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali di Roma) alle tariffe mediamente più alte o al limite in media con le altre capitali europee (si v. qui), senza considerare la qualità del servizio ed i particolare dei conducenti, che un’indagine a nostro avviso sempre attuale decretava tra i più scarsi d’Europa.

Resistere a Uber, ormai attivo in 200 città e 55 nazioni del mondo, sembra però impossibile (a meno che i taxi non cambino realmente), anche se qualcuno sta pensando a delle soluzioni, quali ad esempio limitare le ore di guida per gli autisti UberPop o obbligarli a fare delle assicurazioni ad hoc. Il punto è però un altro: aldilà delle tariffe economiche cosa offre di tanto irresistibile? Intanto prima di prendere una macchina UberPop si può sapere il costo del tragitto in anticipo (questa si chiama trasparenza), al termine della corsa si può pagare direttamente con la carta di credito pre-registrata online senza dover avere necessariamente con se i soldi contanti,  infine, dopo la fine della corsa, il passeggero può votare l’autista (e viceversa..ecco l’importanza del feedback!). Si spiegano tante cose da questa prospettiva, anche, non a caso, la contemporanea crescita in Italia del car sharing , dominio di Eni, Trenitalia e Fiat (con Enjoy) e Mercedes con (car2go) …che lo stop vada ad agevolare proprio questo servizio, preferito spesso ai taxi, è fuori di dubbio, con buona pace della loro lobby.

Agostino

Garanzia Giovani: come stanno davvero le cose?

“La Garanzia Giovani (Youth Guarantee) è il Piano Europeo per la lotta alla disoccupazione giovanile. Con questo obiettivo sono stati previsti dei finanziamenti per i Paesi Membri con tassi di disoccupazione superiori al 25%, che saranno investiti in politiche attive di orientamento, istruzione e formazione e inserimento al lavoro, a sostegno dei giovani che non sono impegnati in un’attività lavorativa, né inseriti in un percorso scolastico o formativo (Neet – Not in Education, Employment or Training).”

Inizia così la descrizione del piano Garanzia Giovani sul sito istituzionale dedicato al programma. Partito un anno fa, Garanzia Giovani avrebbe dovuto facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro dei ragazzi che non studiano e non hanno un’occupazione (i cosiddetti Neet), che, con le dovute differenze tra le singole regioni, nel nostro Paese rappresentano una percentuale piuttosto elevata di persone.

Ma, a parte gli obiettivi previsti, cosa è successo davvero durante quest’anno di sperimentazione?

Per capirlo abbiamo realizzato uno studio insieme a Europartners e Aster che ricostruisce i risultati raggiunti finora dal programma in termini di adesioni, opportunità lavorative e formative rese disponibili, variazione del tasso di occupazione giovanile. Attraverso una Sentiment Analysis su oltre 3.000 utenti Facebook e Twitter abbiamo inoltre valutato l’interesse e le opinioni sui social network per il programma. Infine, Aster ha curato la visualizzazione dei risultati finali dello studio, rendendo disponibile una cartografia interattiva a livello regionale.

Sul nostro canale Slideshare potete leggere e scaricare l’abstract dello studio in PDF: http://bit.ly/1IMw5Ck

Se lo farete ci piacerebbe conoscere le vostre opinioni e confrontarci con voi sui risultati del programma.

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A wine generated from oil

Same geographical region of production, same cultural and historical background, same size of entrepreneurship and now also the same marketing agency.

Erminio Papalino is a very skilled viticulturist in the Tuscia region surrounding the city of  Viterbo, there he produces an excellent wine aged in barrels and a fine white Grechetto, both  grown in the same family estate.

Thanks to the meeting with Pietro Re, who hired us for the brand identity of his oil, Erminio reached us and let us try his products – simply delicious – and also asked us to design the brand logo, image and for the four signature wines of the estate.

After last year’s successful experience with Tamía oil, awarded in New York and Los Angeles for its quality as the “best oil of the world” and also for the packaging designed by Estrogeni  as “best label of 2013”, the expectations were great.

We took on this new challenge and after a short meaningful briefing we pinpointed two main values: the wine is of excellent quality and must be positioned in an adequate market segment. Erminio asked the wine himself together with his son, following in the footsteps of the ancestors: they grow and harvest the grapes with their own hands.

Therefore we identify the possible paths to follow: the first path is to design a  brand image related with the tradition and history of the Etruscan territory, where the Papalino family vineyard has its roots; the second one is to tend to a concept that contains and enhances the meaning of Papalino name using metaphorically the artistic values and the architectural features of the Viterbo region (for instance The Palace of the Pope), trying to exploit all the benefits brought by such a conceptual analogy especially in the international marketing.

As usual, we decided to work on both paths; we’ll decide later with Erminio which label suits the brand better.

So we get to the presentation with a couple of different proposals and names but with only one important accomplished purpose: the satisfaction of seeing our client unexpectedly and pleasantly surprised looking at his wines dressed with new labels.


Notwithstanding the initial justifiable uncertainty the second path was chosen and we gave shape to the new label with starting from the guidelines of the medieval pointed arches that are distinctive of the loggia of the Palazzo dei Papi. We put the Papalino letters in a sort of a rose window with five petals.

Simple lines, minimalistic effects, just four fundamental colours of which we found the original names for the identification of every wine.

Senauro (like vermillion red), Solidago (like the yellow flowers of the same plant), Ametis (referred to the purple quartz stone very much used by the Romans to decorate their wine glasses) and Lazur (to remind the light blue colour of lazurite, a mineral common in the Latium region.

Agostino

Un vino nato dall’olio

Stessa area geografica di produzione, stesse radici storiche e culturali, stessa dimensione imprenditoriale e da ora, stessa agenzia di comunicazione.

Erminio Papalino è un bravo viticoltore della Tuscia viterbese, dove produce un eccellente vino rosso barricato, oltre a un pregiato Grechetto bianco, all’interno della tenuta agricola di famiglia. Grazie all’incontro con Pietro Re, che si era affidato a noi per la brand identity del suo olio, Erminio è arrivato a noi, facendoci assaggiare i suoi prodotti – per quanto ne capisca, buonissimi – e chiedendoci di progettare una nuova immagine coordinata e un nuovo naming per i 4 vini della casa. Le aspettative erano alte, dopo i successi dell’olio Tamía che nel corso dello scorso anno era stato premiato sia per la sua qualità, a New York e Los Angeles, come “miglior olio del mondo” e sia per il packaging creato da Estrogeni, come miglior etichetta del 2013. La sfida è stata raccolta, ovviamente, insieme al briefing di poche ma chiare parole, da cui sono emersi due valori fondamentali: il vino è di altissima qualità e quindi andrà “posizionato” adeguatamente; il vino lo fa proprio Erminio, in persona, insieme al figlio. Coltivano l’uva come i nonni, raccolgono a mano, vendemmiano.

A questo punto individuiamo le direzioni possibili da seguire: la prima, puntare verso un’immagine legata alle tradizioni e alla storia del territorio etrusco, dove ha le sue radici il vigneto della famiglia Papalino; la seconda, andare verso un concept che sfrutti il significato semantico del nome “Papalino”, usando “di sponda” i valori artistici e le forme architettoniche di cui è ricca tutta l’area viterbese (penso al Palazzo dei Papi, per esempio), immaginando tutti i benefici che un’associazione concettuale del genere potrebbe portare in termini di marketing all’estero. Per come siamo abituati a progettare, scegliamo di perseguirle entrambe; decideremo poi, insieme ad Erminio, quale “etichetta” far indossare alla sua produzione.

Così arriviamo in presentazione con un paio di proposte differenti, dalle interpretazioni grafiche differenti e con i naming differenti, ma con un unico importante risultato raggiunto: la soddisfazione di vedere il cliente piacevolmente sorpreso nel riscoprire i suoi vini “vestiti” con un abito nuovo.

Nonostante l’incertezza, comprensibile dopo la presentazione, la scelta è ricaduta sulla seconda strada, in cui abbiamo dato forma ad un’etichetta partendo dalle linee degli archi a sesto acuto che troviamo intorno alla loggia del Palazzo dei Papi e componendo il lettering “Papalino” all’interno di un ideale rosone pentalobato. Linee essenziali, effetto minimale, 4 soli colori complementari, di cui abbiamo cercato la denominazione antica per identificare ogni vino. Senauro (come il rosso vermiglio), Solidago (come il giallo dei fiori della pianta omonima), Ametis (in riferimento al colore viola del quarzo tanto usato dai romani per la decorazione delle coppe di vino) e Lazur (per ricordare il colore azzurro della lazurite, di cui sono ricche alcune colline laziali).