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1024 538 Michele

Antonino Cannavacciuolo ovvero dello chef control

A seguito della notizia del blitz dei Nas al bistrot di Torino dello chef Antonino Cannavacciuolo, abbiamo svolto un’analisi per valutare come l’evento abbia impattato sullo status del noto personaggio televisivo.

Il focus scelto per l’analisi è stato il social “Twitter”, e sono stati presi in analisi tutti i “Tweet” riguardanti Cannavacciuolo dal 22 Dicembre 2017 dal 6 Gennaio 2018.

Questi “tweet” sono stati raggruppati in 5 categorie:

  1. Blitz Nas: Tutti i tweet rilevanti il blitz.
  2. Cibi/Cucina: Commenti relativi alla cucina in generale o alle ricette dello chef.
  3. Satira: Tweet ironici e sarcastici riguardanti o meno il blitz di Torino.
  4. Generale: Tutto ciò che riguarda Cannavacciuolo come persona e personaggio televisivo.
  5. Altro: Tutti i commenti che non rientrano nelle categorie precedenti.

Cluster

Come si evince dal grafico, la maggioranza del sentiment negativo si concentra nel cluster Blitz Nas sebbene in questo campo non manchino commenti positivi a difesa dello chef. Molte persone hanno approfittato della notizia per creare commenti satirici classificati come neutri nel cluster apposito. Molto sentiment positivo nella categoria generale perlopiù dovuto all’apprezzamento delle performance di Cannavacciuolo nelle puntate di Masterchef.

Osservando l’andamento dei commenti in ordine cronologico, possiamo notare come il sentiment negativo si concentri nei giorni del 22 e 23 Dicembre, cioè quando è resa nota la notizia del blitz. Sentiment positivo sempre presente, a dimostrare che lo zoccolo duro della fanbase dello chef non ha perso la fiducia in lui ed è pronto a difenderlo.

Con il passare dei giorni, il sentiment negativo viene riassorbito e quello positivo trova un picco nella serata del 4 Gennaio, grazie alla messa in onda delle puntate 7 e 8 di Masterchef.

Giornaliero

Tirando le somme, possiamo affermare che lo status di Cannavacciuolo rimane saldamente uno status da STAR.

Molti sono i fan altamente fidelizzati, e la partecipazione a Masterchef e alla trasmissione ‘O Mare Mio generano molti feedback positivi.

Non tralasciamo di segnalare che il ristorante vittima del blitz risulta prenotato completamente fino ad aprile 2018, non male vero?

900 600 Agostino

Eccoci, Alfa Romeo

Una mattina ti svegli, leggi la posta e ti senti chiamata in causa.
E alcune mattine la risposta nasce spontanea: eccomi.

Gentile Dottor Spagnulo,
eccoci, siamo qui.
Siamo una di quelle agenzie che sanno fare meno cose ma bene,
una di quelle agenzie che lei non chiamerà mai perché non siamo tra i soliti noti,
una di quelle agenzie che lei non sceglierà perché siamo quelli che ci mettono la faccia, ma non la giacca.
Eccoci, siamo una di quelle agenzie che lei non sceglierà mai perché “non avete mai lavorato nell’automotive”.
Eccoci, dottor Spagnulo, se la sua non è solo una provocazione ma una vera rivoluzione, ci chiami.
Eccoci, siamo noi, siamo gli Estrogeni.
Eccoci, dottor Spagnulo, se lei ci contattasse, io potrei anche prendere in considerazione l’idea di comprare un’Alfa Romeo.

Agostino

Guestbook. Intervista a Pierfrancesco Li Donni

L’ospite di oggi è Pierfrancesco Li Donni, giovane e talentuoso regista palermitano, autore del lungometraggio Il secondo tempo, un documentario sulle stragi di Palermo che videro coinvolti i giudici Falcone e Borsellino. Il film è prodotto da Emma Film e Own Air. Un montaggio di contenuti extra è stato presentato ieri sera a Torino per la Biennale sulla legalità. Pubblichiamo questa intervista per celebrare il ventennale della morte di Falcone che ricorre oggi, la testimonianza di Piero e le sue note di regia, sono a nostro avviso un modo concreto di ricordare e riflettere sull’accaduto.

Cosa ti ha spinto ad approfondire e scegliere come soggetto cinematografico del tuo film gli agguati a Falcone e Borsellino?

Ho sempre pensato di fare il mio primo film a Palermo, la città in cui sono nato, farlo era come un ritorno alle origini, un tributo ai luoghi dell’anima, alla sua gente, alla sua storia: fare un film su Palermo non significa per forza parlare di mafia e di antimafia, ma volevo fare anche un film su quello che da bambino e adolescente avevo vissuto. Crescere nella Palermo degli anni novanta ha dato a tanti ragazzi della mia generazione la possibilità di vivere in una città in perenne cambiamento e questo cambiamento è stato possibile grazie al sacrificio di due grandi figure, quella di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Mi porto nel cuore il ricordo di quegli anni, le mobilitazioni, la rinascita del centro storico, la gioia di vivere una città che non era più una città di morte, che andava riscoprendo se stessa e i suoi vicoli. Palermo era un laboratorio politico, nel senso più nobile del termine. Ho sentito il bisogno di raccontare all’Italia e ricordare ai miei concittadini quello che Palermo e la sua gente  era stata capace di fare dopo le bombe del 1992, ma ho sentito anche il bisogno di raccontare la mia amarezza per una città che stava lentamente dimenticandosi di quegli anni. Lo vedevo nella quotidianità, nei riti stanchi delle commemorazioni, nei comportamenti di tutti i giorni. Per questo il film si chiama “Il Secondo Tempo”, perché è un film su una città che avrebbe potuto essere e non è stata. “Il Secondo Tempo” può essere un punto di non ritorno, ma anche “il cosa si fa” quando finisce un’emergenza democratica e ricomincia la quotidianità.

Ne Il secondo tempo è centrale il ruolo del cantastorie, Salvo, quale affinità tra questi storici personaggi della tradizione orale siciliana e il tuo ruolo di regista?

Quando ho incominciato a pensare a questo film non sapevo bene cosa avrei raccontato, ma sapevo benissimo cosa avrei escluso dal racconto. Volevo uscire da un’idea stereotipata di città fatta di mercati, coppole e marranzano , ma era necessario ricominciare dalla storia profonda della città e dall’atavica contrapposizione tra ricchi e poveri, tra padroni e sottomessi: per farlo avevo bisogno  di trovare una figura di raccordo, capace di spiegare storie antiche, ma soprattutto di inserirsi nel racconto della contemporaneità. La figura di Salvo si sviluppa partendo da queste considerazioni, e  in un film fatto di emozioni e protagonisti terreni, Salvo diventa una figura onirica, coscienza collettiva della città e presente.

Nel film ricostruisci i fatti del ’92 alternando nel montaggio filmati di repertorio e scorci della Palermo di oggi. Qual è la tua percezione di cambiamento? Quale la valenza delle giovani generazioni che hai deciso di inserire in alcuni passaggi del tuo film?

Ringrazio innanzitutto Fabio Lanfranca per avermi dato l’opportunità di utilizzare le immagini d’archivio del suo “1992: Forse non è mai accaduto”, detto ciò, credo che Palermo abbia conosciuto momenti migliori di questo, ma sicuramente un cambiamento c’è stato; c’è un’immagine nel film d’archivio, che vedendo e rivedendo mi continua a colpire, ed è quella di una signora che a un certo punto, a una commemorazione, qualche settimane dopo l’attentato a Falcone grida al microfono “Io chiedo a questa cittadinanza non più parole emotive, ma fatti…”, ecco mi sembra che Palermo, e in generale l’Italia, abbiano il vizio di reagire sempre troppo emotivamente, senza essere consequenziali, ovvero di non saper trasformare l’emozione in fatti concreti capaci  di cristallizzarsi nel tempo.
Per quanto riguarda i ragazzi all’interno del film, avevo bisogno di raccontare una Palermo vera, senza sovrastrutture, la Palermo di chi la vive ogni giorno. La scelta dei ragazzi è in questa direzione: non c’è un giudizio su una generazione, c’è una constatazione di come una generazione, in questo caso cresciuta in periferia, viva la sua città e la viva all’interno di una sua complessità, dove  primeggiano noia, esuberanza e mancanza di punti di riferimento.

Il tuo film supera la contingenza dei fatti per ampliare la prospettiva su quelle che sono state le conseguenze, immediate e postume, generate dall’attentato ai due giudici. Le manifestazioni, il comitato dei lenzuoli, la liberazione di Palermo vecchia, una scelta che rende il tuo film diverso da quelli prodotti finora. E’ stata solo una scelta di taglio narrativo o ha un significato più profondo?

La Palermo delle stragi di mafia è stata raccontata tante volte e molto spesso sotto aspetti che questo film non ha voluto appositamente trattare: quelli della ricostruzione politica e giudiziaria. Volevo raccontare la Palermo dell’anima e delle emozioni, evitando per una volta, di dare troppo spazio, alla nomenclatura antimafia. E poi c’erano  storie affascinanti che meritavano di essere  raccontate e che in pochi conoscevano, quella del Comitato dei Lenzuoli ad esempio, o quella dei due fotografi, che mi hanno permesso di avere un approccio stilistico e narrativo più  a quello del film di finzione.

Che tipo di accoglienza e quali reazioni ti aspetti dal pubblico? 

Non lo so ancora, la fortuna di un film può dipendere da tanti fattori, credo che questo film abbia comunque una forte valenza simbolica e riesca a fotografare una Palermo invisibile e diversa da come la si immagina. Non è soltanto un film sulle stragi, ma un lavoro sullo stato di salute di una città, un viaggio nelle sue viscere e nelle sue suggestioni. Sono sicuro che il pubblico saprà apprezzare questo sforzo, il mio desiderio comunque, è quello di portare in giro il più possibile questa storia, che un po’ è anche la mia.

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Davide Licordari

Dopo Rudy Bandiera e Claudio Gagliardini non potevamo evitare l’altro elemento fondamentale della lovvotica. Social media specialist per l’agenzia torinese Seolab, è sicuramente una delle voci più attendibili del web per quanto riguarda il web marketing e le novità del web. Pronto a sperimentare e a stupire con la sua creatività, abbiamo discusso sulla figura professionale da lui ricoperta e del ruolo dei social network nella comunicazione aziendale odierna.

In un recente post/traduzione, Peter Shankman critica la figura dei social media expert fino ad affermare l’inutilità della figura professionale. In breve credi che una società/marchio abbia bisogno di una figura del genere o è semplicemente un’osannazione temporanea di nuovi strumenti?

Un’azienda ha bisogno di qualcuno che conosca le dinamiche dei social media perché sono il luogo per eccellenza delle conversazioni: è sui SM che le persone parlano del tuo brand, non puoi ignorarle. Ma ascoltare non basta, bisogna rispondere, interagire, proporre, inventare, declinare sui nuovi media i piani di comunicazione: crediamo davvero che sia un lavoretto adatto a tutti solo perché tutti usiamo Facebook come privati? è come dire che se so cercare su Google allora sono in grado di ottimizzare un sito sui motori di ricerca! Shankman, a mio avviso, voleva più che altro rimarcare due questioni: cui fare attenzione: da una parte occhio ai millantatori, dall’altra occhio a non investire su un mezzo solo per il gusto di esserci.

Il brand deve conoscere i suoi utilizzatori. Una rivoluzione che possiamo attribuire all’avvento del web 2.0 e in particolar modo ai social network, che hanno aperto un dialogo diretto tra brand e consumatori. Molti brand/aziende sono ossessionati dai numeri e dal ROI per il SMM. Credi sia plausibile parlare di ROI in questo caso? Come stabilire un’unità di misura?

Le misure contano, ma con moderazione. Pongo io la domanda: è meglio avere una pagina Fb con 100.000 iscritti passivi o averne una da 10.000 attivi, reattivi e propositivi?
La gara “a chi ce l’ha più grossa (la community)” è un classico tra aziende competitor, ma spesso la si vede anche tra brand dello stesso proprietario (colpa dei brand manager?)… la gara al fan in quanto tale è deleteria: meno attenzione ai contenuti, target approssimativo, abbozzi di spam non fanno bene ai social media.
L’unità di misura esatta a mio avviso è data dal tasso di interazione e dall’esatta composizione della base utenti aggregata: una volta riusciti a dar vita ad un vero luogo di ritrovo virtuale intorno al quale discutere (anche) del brand sarà possibile iniziare a pensare alla parte meramente di marketing che coinvolge il ROI.

Puntare sulla qualità degli utenti e non sulla quantità. Stipulare una dialogo diretto che comporti partecipazione, sarebbe molto più produttivo per il brand che ostentare dei numeroni. Ma i social network sostituiranno definitivamente le altre piattaforme (sito, blog, etc.) o ci sarà una “convivenza” dei supporti? Se si perché?

La domanda cade a fagiolo, ne ho giusto parlato l’altro giorno sul mio blog: non credo che i social network sostituiranno in toto i siti web o i blog. Non si è proprietari dei contenuti pubblicati sui social network, non si sa quali siano gli sviluppi futuri delle piattaforme alle quali ci si appoggia (e se diventassero a pagamento, ad esempio?), non si sa quali saranno le tendenze del futuro. Si sa invece che il web in se non passerà di moda (anzi). Il calcolo è presto fatto,no?
Vedo i social network invece come un luogo fantastico sui quali sperimentare, entrare in sintonia con i propri appassionati, cercare di cogliere feedback preziosi, porsi in maniera più informale rispetto alla classica presenza corporate. Soprattutto per quanto riguarda brand che si direbbero poco “divertenti”: vedere che un marchio di (invento) aspirapolvere in titanio si lancia in una campagna creativa e divertente sui social fa capire quale sia la prerogativa di questi canali, ovvero creare brand awareness, intrattenere e far vivere all’utente un’esperienza legata al brand.

Sperimentare, anche per conoscere le potenzialità del mezzo. Quanto riesci a sperimentare nel tuo lavoro quotidiano?

Per quanto riguarda i progetti strettamente professionali, come saprai spesso la capacità, e la possibilità, di innovazione e sperimentazione dipende dall’approccio del cliente. E dal budget. Voglio dire, per sperimentare bisogna essere in due. Per questo mi piace sperimentare in primis su progetti personali, progetti che non rispondono alle decisioni di altri. Insomma, si fa quel che si può. È in questo ambito si può molto più che altrove!

150 150 Agostino

Stars around

Domani io e Chiara andiamo in tv.
Non proprio quella dei canali nazionali: né Raiuno, né Canale5, né La7.
Per l’esattezza, una web-tv. In diretta via streaming dal Moviecamp di Torino.
Visto che andremo a parlare della nostra campagna per l’Ultimo Esorcismo quale espressione migliore se non: in missione per conto di Dio (non ce ne vogliano i Blues Brothers).
Invitiamo tutti a connettersi qui per seguire il nostro intervento dalle 14.00 in poi.
Stay tuned!