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Agostino

Swift Dreams: l'arrivo di Music Key e le conseguenze per Spotify

Era nell’aria da un po’ di tempo, ora è realtà: da lunedì YouTube lancerà Music Key, servizio di streaming a pagamento di tutti i brani musicali presenti sulla piattaforma. Resta comunque attiva l’opzione di ascolto e visione gratuita.
Le nazioni interessate, per ora, sono Stati Uniti, Italia, Finlandia, Gran Bretagna, Irlanda, Spagna e Portogallo: in questi paesi già lunedì sarà presente il nuovo servizio, all’inizio in versione Beta e accessibile ad inviti. Sarà gratuito per i primi sei mesi, poi costerà 9,99 dollari mensilmente (prezzo preceduto da quello lancio di 7,99 per un periodo iniziale limitato).

La novità sta nel fatto che col pagamento si potrà accedere illimitatamente a Google Play Music, si potrà usufruire dei video su YouTube senza spot promozionali e si potranno ascoltare i brani anche offline: in questo, la strategia è molto simile a quella di Spotify. Oltre a ciò, YouTube fornirà il proprio servizio di una nuova interfaccia (la cui estetica per ora non è nota) desktop e mobile friendly.

Music Key è per molti un tentativo di sfidare Spotify nel campo da gioco di quest’ultima. Ma ad un occhio attento è evidente che si tratta semplicemente di un raffinamento e della messa in moto di una strategia che permetterà a Google (proprietaria di YouTube) di aumentare i profitti. È utile ricordare che, quanto a numeri, YouTube è già il leader mondiale per streaming di brani musicali, con più di un miliardo di visitatori unici al mese. È quindi da questa posizione che Google può confermare una leadership del servizio traghettando i suoi tanti utenti ad una forma di pagamento. Ed è una posizione strana, se si pensa che YouTube era partito come canale video user generated, per poi diventare anche un canale musicale, con la musica a fare una parte da leone. Un esempio: i video in cui si sente la canzone mentre sullo schermo vi è una immagine statica (molto spesso la copertina del disco stesso).

è diventato un canale di fruizione musicale in maniera “user generated” in quanto non era previsto che gli utenti vedessero i video in playlist anche solo per ascoltare la musica, magari senza stare vedendo realmente il video. Da lì, la mossa dell’azienda di sfruttare l’utilizzo scelto dagli utenti a scopo commerciale…

Ci sono altri elementi che, in una possibile sfida a due, pongono in questo momento YouTube in una posizione di vantaggio:

  • il fatto che esso, oltre alla musica, permetta la visione dei video correlati;
  • la possibilità ventilata secondo cui, con Music Key, sarà possibile ascoltare un brano su smartphone anche con lo schermo bloccato (cosa che non avviene allo stato attuale);
  • la libreria di Google Play, che ha raggiunto una quota di brani superiore ai 22 milioni.

L’attuale situazione di Spotify, inoltre, è particolarmente spinosa, con un’artista di grosso calibro come Taylor Swift (il cui 1989 è tra gli album più venduti al mondo quest’anno) che ha recentemente tolto la sua discografia dalla piattaforma. Si tratta di una decisione forte, presa dalla Swift alla fine dei contrasti legati ai compensi legati al numero di riproduzioni dei brani. Per la Swift sarebbe una cifra troppo bassa, e questa scelta è l’ultimo capitolo di una discussione su Spotify già cominciata in passato con Thom Yorke dei Radiohead e David Byrne.

Spotify, dunque, forte dei suoi 50 milioni di active user, dovrebbe cominciare a preoccuparsi? La partita non è ancora aperta, ma forse la chiave per sopravvivere (o addirittura trionfare) per la compagnia svedese potrebbe venire da una dinamica umana vecchia come il mondo: l’abitudine, che potrebbe semplicemente spingere molti utenti di Spotify a restare proprio dove si trovano.

419 198 Agostino

YouTube vs etichette: perché perdono tutti

È di ieri la notizia che YouTube sta per rimuovere dalla piattaforma numerosi video di band e musicisti sotto contratto con alcune fra le principali etichette indipendenti (Xl Recordings, 4AD, Rough Trade e Domino fra le altre) a causa di un mancato accordo sul servizio di streaming musicale che permetterà agli utenti di visualizzare video musicali offline e senza pubblicità pagando un abbonamento mensile.
Vi risparmio i termini degli accordi proposti e tutta la parte di cronaca della notizia, che potete trovare su qualsiasi sito di news o webzine di settore. Quello di cui vorrei parlare è la conseguenza di questo mancato accordo che, a mio parere, è una sconfitta per tutte le parti in causa.

In primis si tratta di una sconfitta per YouTube, che non offrirà più sulla propria piattaforma contenuti non certo irrilevanti: basti pensare alle visualizzazioni totalizzate dai video di gruppi come Radiohead, Arctic Monkeys e Franz Ferdinand per capire che di certo non si tratta di una perdita da poco. Inoltre, non poter proporre musicisti come Adele o quelli appena citati nel catalogo del nuovo servizio che sta per essere lanciato non è certo un buon modo di esordire, specialmente quando si va a lottare con competitor che presentano un’offerta vasta come quella di Spotify, per fare solo un esempio.

Oltre che per YouTube, il mancato accordo è dannoso anche per le etichette, che perdono la possibilità di promuovere i propri artisti attraverso quello che è il leader incontrastato del video sharing online. Se questo può apparire un problema secondario per band già affermate, di certo lo stesso non si può dire per artisti emergenti che dovranno affrontare il mercato senza poter condividere i propri video attraverso YouTube.

Infine, come sempre in questi casi, ci perde l’utente, che non troverà più una serie di contenuti di qualità su YouTube e non potrà usufruirne nel pacchetto che eventualmente andrà ad acquistare per il servizio di streaming musicale a pagamento.

La morale è che, al di là della convenienza o meno dell’accordo proposto da YouTube alle etichette indipendenti, forse trovare un accordo a metà strada che soddisfacesse – anche solo parzialmente – entrambe le parti senza arrivare al muro contro muro attuale avrebbe forse portato a un vantaggio per tutte le parti in causa. Il modo in cui è andata a finire, invece, sembra essere l’ennesima occasione persa.

Agostino

Job Satisfaction

Ogni giorno, come una sorta di rituale, tutti i pc della B.I. una volta accesi vanno in automatico su Thread Off, la piattaforma su cui lavoriamo per fare sentiment analysis. Navighiamo ore tra feed web, commenti facebook e tweet. Ci perdiamo tra le diverse opinioni del popolo del web e diamo un senso alle numerose informazioni che ogni giorno ci bombardano. Questo è in grandi linee il nostro lavoro: dare ordine.
Sul cinema in particolare ormai abbiamo una conoscenza molto ampia e ci ritroviamo a ripercorrere spesso le stesse dinamiche. Sembra che ogni analisi sia differente dalle altre, ma con il tempo abbiamo capito che c’è sempre una connessione, un elemento che ritorna in questo o in quell’altro report. La prova che le nostre analisi vanno sempre nel verso giusto è proprio questa connessione, il ripetersi di alcuni elementi, di alcune osservazioni derivanti dal ripetuto e accurato lavoro che facciamo.
Attraverso il nostro  lavoro, che è in continua evoluzione e in continua ricerca di miglioramenti, abbiamo scoperto che ogni canale ha un differente modo di comunicare, ha un’utenza diversa e forse queste sono tutte cose facili da capire, ma noi abbiamo tirato fuori i dati che lo dimostrano, non ci basiamo su nostre personali opinioni, ci basiamo su dati esistenti e che noi elaboriamo in modo tale da dargli un senso. Li rendiamo leggibili.
Nel tempo abbiamo elaborato anche un algoritmo per la previsione degli incassi cinematografici, ci proviamo e purtroppo ancora non sempre ci prendiamo, ma è proprio quando sbagliamo che facciamo un passo avanti verso il miglioramento. Sbagliando ci accorgiamo che qualcosa non andava e andiamo avanti.
Abbiamo clienti di ogni tipo e in settori diversi e il nostro lavoro fino adesso è sempre stato molto apprezzato, ma la cosa che fino a qualche giorno fa ci mancava era la conoscenza della concreta applicazione, che i clienti fanno, delle informazioni e dei suggerimenti che in ogni report inseriamo. Poi è arrivato il cliente giovane, dinamico e ricettivo che il giorno dopo la consegna di un nostro lavoro pubblica sulla fan page del prodotto analizzato un post che rispecchia perfettamente le attività da noi suggerite per risolvere alcuni punti critici. È proprio in questi casi che viene mostrata concretamente la percezione del valore del nostro lavoro ed è qui che vediamo il vero risultato delle nostre fatiche.
Non resta  che rimetterci al lavoro, consapevoli del nostro valore aggiunto e contenti di portare avanti un progetto valido.

Agostino

Essere un media planner in tempi di crisi

Il mio lavoro nell’ultimo anno mi ha permesso di osservare le dinamiche che girano intorno a una pianificazione web adv e proverò a fare una veloce panoramica.
A causa della crisi gli investimenti sono in calo, i budget ridotti e si fa sempre più fatica a convincere gli inserzionisti ad investire. Quali sono le conseguenze quindi?
Diminuendo i budget a disposizione aumentano le esigenze di sapere puntualmente dove e come si va ad investire, e quindi di colpire un target sempre più profilato.
Oltre ai vari formati che possono creare o meno maggiori impressions o visualizzazioni (di cui parlerò tra poco) ci sono dei servizi “accessori” da cui ormai non si può più prescindere. Stiamo parlando della profilazione demografica e culturale (titolo di studio, reddito e interessi) del pubblico e della geotargettizzazione. Perchè disperdere impressions e visualizzazioni su un pubblico che non è effettivamente interessato al nostro prodotto o che non ha la possibilità di raggiungerlo?
Concentrando invece l’attenzione sui formati utilizzati, chiunque navighi sul web non può fare a meno di notare la grande affluenza di formati più o meno invasivi o impattanti.
Inizialmente pianificare sul web voleva dire inserire il classico banner o box, al massimo alcune varianti nelle dimensioni di questi, a cui sono stati affibbiati nomi a volte improbabili. Oggi la varietà dei formati a disposizione si è moltiplicata, complicando non poco il lavoro del media planner. Il lato positivo è che il mercato è in continua evoluzione e ogni giorno c’è la possibilità, attraverso la scelta adeguata sia del formato che del posizionamento, di poter emergere nell’eccessivo affollamento di informazioni a cui siamo esposti sulla rete.
Una delle attività che recentemente sta avendo un enorme successo è il video seeding o, a seconda della modalità in cui viene svolto, social video advertising. In cosa consiste? É il posizionamento di un contenuto video su vari siti e blog (e molte spesso anche social network) di interesse che mira a portare il maggior numero di visualizzazioni e in seguito di condivisioni sui vari social network.
Molte sono le concessionarie/agenzie che hanno iniziato a farlo ma non tutte hanno avuto successo. Il modus operandi di ognuna è molto simile. Quasi tutte hanno sviluppato dei player proprietari che consentono di accedere a delle piattaforme in cui è possibile monitorare le performance della campagna, ma molto spesso chi investe vuole avere un monitor “terzo” e quindi preferiscono embeddare il video sul proprio canale Youtube. Inoltre tutte hanno un sistema di tracking che permette di avere un report a fine campagna abbastanza dettagliato con le varie percentuali di visualizzazioni del video e di condivisioni sui vari canali social. Ma le cose che differenziano le varie offerte di video seeding è il posizionamento “fisico” del player del video all’interno dei vari siti/blog e soprattutto la qualità del network. Ogni agenzia ha un proprio network (senza avere nessuna esclusiva) più o meno vasto su cui poi andrà a posizionare il contenuto video a seconda del tema di interesse e del profilo demografico del target. Più sono dettagliate le informazioni del target che si vuole andare a colpire, più è facile selezionare un network che rispecchi perfettamente le nostre esigenze.
I social network poi stanno diventando sempre più importanti all’interno di pianificazioni web. Facebook da la possibilità di effettuare una profilazione del target molto precisa. Twitter, anche se a oggi l’investimento richiesto è consistente, è in continua evoluzione e gli strumenti che mette a disposizione sono sempre maggiori e sempre più interessanti. Youtube ha dei numeri che lo supporta che rendono indispensabile l’investimento su di esso, soprattutto per il fatto che anche qui, anche se non a livello demografico (perché anche chi non ha un account visualizza i contenuti), è possibile selezionare il proprio target almeno in base agli interessi.
Infine negli ultimi mesi si stanno facendo strada Instagram e Tumblr, la loro utenza continua a crescere e per i brand cresce la necessità di dover essere presente.
Il rischio ovviamente è quello di “invadere” luoghi dove gli utenti vanno, la maggior parte delle volte, per svago, ma Facebook è la dimostrazione del fatto che forse a volte si vuole anche essere “disturbati” e che se lo si fa nel modo corretto il beneficio è (quasi) assicurato.
Nel grafico sotto ho ricreato l’allocazione di un budget dedicato alla pianificazione web.


Le percentuali cambiano in base al settore di riferimento e alla disponibilità economica, ma la tendenza rimane la stessa: una diminuzione della classica pubblicità tabellare e un continuo aumento dell’investimento sui social network e sul video seeding.
Ex malo bonum? Certo, la crisi come opportunità. Con la riduzione dei budget cresce la necessità di profilare più attentamente e selezionare gli strumenti più adatti. Cresce, quindi, la consapevolezza delle opportunità che la rete ci offre.

Agostino

L’Italia dell’olio è ancora 1.0

Che le aziende italiane siano in ritardo rispetto ai competitor internazionali rispetto all’utilizzo del web e dei social media per la comunicazione istituzionale è fatto noto. Scoprire però che sono indietro anche le aziende di un settore in cui l’Italia è leader nel mondo è un dato che dovrebbe farci riflettere sui motivi di tale arretratezza e – ancor di più – sulle sue conseguenze. Il settore in questione è quello oleario non industriale, dove un’attività di comunicazione efficace è indispensabile per supportare l’alta qualità del prodotto.
Per lo studio abbiamo analizzato circa 100 fra distributori e produttori di olio d’oliva italiani e internazionali, valutando fra le altre cose presenza social, customer care e vendita online, campi in cui – come vedremo – le aziende italiane sono molto spesso indietro rispetto a quanto accade invece all’estero, ad esempio in Spagna, Stati Uniti o Sudamerica.
Partiamo dalla presenza social. I dati raccolti mostrano come all’estero quasi il 70% delle aziende del settore oleario è presente su Facebook, circa una su 3 (35%) è anche su Twitter e il 20% utilizza YouTube:In Italia tutte le percentuali scendono significativamente, con il solo Facebook utilizzato dalla metà (53%) delle aziende:Entrando nel dettaglio di Facebook, si nota in Italia il 41% delle aziende analizzate comunica ancora – erroneamente – attraverso profili personali. Una percentuale che scende addirittura al 7% per le aziende straniere, che nel 93% dei casi hanno invece ben compreso che su Facebook la conversazione aziendale va portata avanti attraverso una pagina e non un profilo.

Nel nostro Paese  siamo indietro anche per quel che riguarda la frequenza di aggiornamento. Mentre infatti all’estero il 71% delle aziende ha aggiornato la propria pagina più di due volte nell’ultimo mese, e solo il 10% non ha postato neanche un aggiornamento, in Italia neanche la metà delle aziende raggiunge questo livello di aggiornamento (siamo fermi al 48%) e più di un’azienda su 5 (21%) è completamente ferma da almeno un mese.Anche rispetto all’utilizzo di un corporate blog le aziende italiane del settore oleario si mostrano più restie ad aprirsi alla comunicazione web. In Italia infatti solo l’11% delle aziende analizzate ha un blog, mentre all’estero quasi un’azienda su 3 (30%) sceglie di comunicare con i propri clienti anche attraverso un blog aziendale.

Unico spiraglio di luce è l’adozione di Skype come canale di customer care, adottato dal 13% delle aziende italiane contro l’8% di quelle straniere. Ma si tratta di un margine non particolarmente largo, oltretutto su un canale in generale poco utilizzato (11% in totale).
Niente di sufficiente per ritenersi soddisfatti insomma, e infatti torniamo indietro nell’ultimo parametro considerato, quello relativo alla vendita diretta online sul proprio sito web. Come si nota dai grafici, solo il 23% dei produttori di olio d’oliva italiani analizzati vende anche direttamente i prodotti sul proprio sito web, mentre all’estero questo canale di vendita è molto più diffuso (43%).

Tutto questo elenco di dati, che mostra come in Italia ci sia ancora tanto da lavorare per raggiungere le aziende straniere in chiave web e social, ha ovviamente conseguenze non solo sulla brand image, ma anche probabilmente sulle vendite. Non ci credete? Allora dovreste sapere, ad esempio, che negli Stati Uniti la quota di mercato italiana è in costante diminuzione negli ultimi 10 anni e fra 2010 e 2011 ha perso l’11,3%. In un mercato ai massimi storici di importazione per quel che riguarda l’olio d’oliva si tratta di un calo preoccupante. L’inversione di tendenza dovrà necessariamente passare anche attraverso una digitalizzazione delle nostre aziende per raggiungere – e, perché no, superare – il livello già acquisito in altri Paesi.

Agostino

La coda lunga della bufala

L’anno scorso – era più o meno questo periodo – circolava in rete una notizia, o meglio una bufala, relativa a un terremoto che avrebbe dovuto colpire Roma l’11 maggio. Fra gli sberleffi di molti e le paure di qualcuno, Simone intercettò la sfida di Paolo Attivissimo, che proponeva proprio quel giorno  una conferenza evento a Roma in cambio di qualcuno che lo ospitasse e gli offrisse il viaggio.
Dopo qualche scambio di mail e un paio di telefonate decidemmo di accettare la provocazione, facendo di Estrogeni lo sponsor del “Pernacchiaparty”. Così l’11 maggio abbiamo ospitato la conferenza, registrando un grande successo per l’iniziativa, sia in termini di presenze presso la nostra sede – abbiamo dovuto chiudere le iscrizioni Eventbrite per esaurimento posti – che di visualizzazioni (live streaming e YouTube).
La domanda che sorge in questi casi – e che ci siamo ovviamente noi stessi posti – è “investendo sull’organizzazione, quale sarà il ritorno?” La conclusione alla quale eravamo giunti è stata che i ritorni possibili sarebbero stati di due tipi: visibilità e, conseguenza di essa, nascita di nuovi contatti potenziali fonti di business.
Oggi, a distanza di quasi un anno, ci fa piacere poter dire che ai riscontri positivi in termini di visibilità, dai like su Facebook alle visite sul blog, abbiamo ufficialmente un secondo progetto che nasce da quell’evento (il primo era questo, come ricorderete). Un nuovo cliente che ha deciso di darci fiducia con un investimento importante, specialmente per una start up.
Ve ne parleremo sicuramente nei prossimi mesi, intanto vi lascio con la domanda successiva: chi l’avrebbe detto che, alla fine, il ROI l’avremmo trovato nella coda lunga di una bufala?

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Buon compleanno, Web

Nel 1991 un signore di nome Tim Berners-Lee inventava il world wide web. Oggi, vent’anni dopo, a Roma si festeggia questo compleanno con un evento, che potrete fra l’altro seguire in diretta twitter attraverso il nostro account grazie a Francesco.
Io però ci tengo a fare i miei auguri personali al Web, perché se li merita.
Perché è grazie a lui se oggi ho un lavoro. E oggi, non è poco.
Perché è grazie a lui se da quando sono uscito dall’università ho lavorato, anche prima di Estrogeni.
Perché a volte mi ritrovo a pensare che ne sarà della nostra categoria se il Web dovesse essere superato e sostituito da altri media. Ma poi mi dico che non succederà, almeno non a breve.
Perché ogni anno che passa è un po’ meno difficile spiegare di cosa mi occupo a chi è molto più grande di me. E questa è vita reale, non retorica generalizzata del “Popolo della Rete”.
Perché quando capita di avere un problema di rete e cade la connessione mi rendo conto che il computer è quasi inservibile.
Perché, anche dopo una giornata passata davanti al PC per lavoro, la sera ho ancora voglia di leggere un post su un blog, guardare un video su YouTube, condividere una foto su Facebook e scorrere di continuo la timeline di Twitter.
Perché, al di là di tutti i luoghi comuni sulla perdita di socialità per colpa dei nuovi media, la verità è che grazie al Web hai la possibilità di entrare in contatto con persone che altrimenti prima non avresti mai avuto la possibilità di conoscere.
Sicuramente ci sono altri motivi che ora dimentico, e ce ne sono altri ancora che invece preferisco tenere per me. Ma mi sembra che già questi siano ampiamente sufficienti per farti tanti auguri di cuore: Buon compleanno, Web!

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Nostalgia 2.0

I social network come Youtube e Facebook fungono da deposito di memorie felici dove i ragazzi condividono quotidianamente le proprie memorie d’infanzia. Questo facilita la comunicazione e la condivisione di ricordi, e contribuisce a far nascere anche in giovane età il senso di nostalgia proprio degli adulti e degli anziani. I ragazzi, oggi, grazie anche al contributo dei nuovi media, crescono più rapidamente, e altrettanto rapidamente consumano il presente e immagazzinano memorie. Memorie che si sedimentano in una sorta di passato-recente e se stimolate, attivano facilmente il senso di nostalgia. Questa la spiegazione di Maria Rita Parsi – psicologa esperta nelle problematiche dell’età evolutiva dei minori e degli adolescenti – sul proliferare delle vecchie serie televisive nei palinsesti di mezzo mondo. E mentre scorro l’articolo di Stefano Pesce su Repubblica, ripenso a quella nostalgia del tempo presente lamentata da Pasolini. All’impossibilità di cogliere la vita nella sua pienezza, suscitando nel momento stesso in cui la si possiede già un sentimento di perdita. Singolare appare che la risposta sia allora offerta dalla riproposizione dell’identico, specie se affidato ai non luoghi di cui si diceva. Spazi aperti per guardare al futuro e generare nuove conoscenze. Forse, la faccia triste di un progresso che troppo spesso sembra sorriderci.

 

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Siamo ciò che cerchiamo

Milioni di query di ricerca, nell’epoca in cui la Treccani finisce sottolio, diventano rappresentative della nostra cultura. Le query rappresentative dello zeitgeist, ovvero la cultura predominante in una determinata epoca storica. Nell’era contemporanea in cui la cultura è determinata, modificata e amplificata dai supporti mediatici e in particolar modo dal web, Google rappresenta l’indice dell’immensa enciclopedia multimediale messa a disposizione della popolazione. L’espansione della cultura viene a coincidere con la contrazione dei tempi. Milioni di contenuti definiscono una cultura, che sta stretta anche in un solo anno invece che in decenni. Google Zeitgeist 2010 dimostra che ciò che cerchiamo delinea chi siamo.

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Adv-roulette

Permettete? Un pensiero al cacciatore.
Stamattina ero sul motorino fermo al 15245187esimo semaforo di Roma. Auto e scooter ovunque.
Tuttavia, mi è caduto l’occhio sulla creatività di una pubblicità dinamica sulla fiancata di un bus. Il prodotto era una radio, romana credo, che passa musica rock. Ascolto quasi esclusivamente musica rock, soprattutto in radio. Ne ascolto tanta, eppure questa radio non la conoscevo.
Avendo discusso una tesi in Marketing Non-Convenzionale, è di pubblico dominio la mia posizione in merito all’utilizzo tradizionale di mezzi tradizionali. Eppure, questa volta hanno funzionato. Proprio con me.
Allora ho pensato alla pubblicità come ad una roulette russa.
Non so se qualcuno ha già parlato di quello che sto per dire. Per quanto sono sbadato potrei averlo fatto io ed averlo dimenticato. Nel caso qualcuno abbia letto qualcosa di simile a quello che sto per esprimere è pregato di passare parola.
La roulette russa, come molti ricorderanno grazie al film di Michael Cimino, è un macabro gioco in cui due sfidanti armano il tamburo di un revolver con una sola pallottola, facendolo girare e fermandolo a caso. Se quando ci si punta alla testa l’arma non si è morti d’infarto, si può anche provare a sparare.
La pubblicità è un po’ così. Armi un canale come faresti con una pistola, ma quando spari non sei sempre certo di riuscire a colpire il tuo target. Spesso il proiettile diventa vagante, e colpisce più tardi di quello che pensavi.
Nel caso che si tratti di supporti off-line, è ancora più difficile sapere quando, come e quanto lo hai colpito (non tutti quelli che notano una pubblicità su un bus ci scrivono un post). I mezzi, cosidetti above-the-line sono sicuramente in crisi anche per questo (tranne internet, che a mio parere meriterebbe un cluster a parte). Sono costosi, persistenti, e non offrono una ROI attendibile. Va sottolineato infatti che l’esposizione ad uno spot non è un dato paragonabile a quello della visualizzazione libera di un video.
Quindi non utilizziamo questi mezzi ATL? Sarebbe un’assurdità.
Il problema è che sono mezzi di massa che non parlano più alle masse. Come dice quello che cito sempre il mercato non si è ristretto, ha solo creato tante nicchie al suo interno. Ognuna delle quali ha bisogno di essere informata, su eventi o evoluzioni che riguardano il brand ad esempio. In questa ottica anche i mezzi ATL diventano utili allo scopo. Ciò che rende difficile, impossibile, il loro utilizzo resta il costo. Pagare uno spazio tv il doppio di quanto pagheresti la realizzazione di uno spot di buona fattura, a fronte di un numero certamente inferiore al passato di persone che saranno interessate allo spot, mette l’investitore nella condizione di non poter sostenere l’investimento.
Allora non funziona perché costa troppo? È un buon indizio, ma non voglio farla così semplice. Ma per il momento basta così. Altrimenti Ale non mi leggerà.