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Agostino

Il genocidio lento della disoccupazione

“Disoccupato in affitto” è un viaggio alla ricerca di un futuro possibile, una messa in scena della precarietà odierna. Quell’essere quotidianamente in bilico, che non coinvolge esclusivamente le fasce giovani ma anche chi è alla soglia della tanto desiderata pensione.
“Disoccupato in affitto”  è un viaggio, che nasce con la voglia di “trovare il domani” provocando una reazione in chi si sofferma a guardare, leggere, discutere o finge di non voler sapere.
“Disoccupato in affitto” è un viaggio, alla ricerca della verità (in caso ce ne fosse una) sul lavoro che a tanti manca e ad altri non soddisfa.
Un documentario sociale, i cui pregi non sono certo la realizzazione tecnica o l’interpretazione, ma la semplicità di mostrare la percezione nazionale di una tematica spesso strumentalizzata dai mass media. L’uomo sandwich (Mereu), attore per un giorno ma disoccupato da tanto, gira in lungo e il largo l’Italia seguito da una camera a “spalla” (Merloni) cercando di smuovere la proprio situazione lavorativa. Un percorso, senza nessuna connessione logico/geografica, che mostra come l’uomo sandwich possa passare da un semplice supporto di marketing a presa di coscienza. Un supporto che è la solita via di fuga del singolo, visto che il protagonista non troverà nessun lavoro, ma un “aprire gli occhi” alla collettività. Da oggi, in sala (Distribuzione Indipendente) e online (Own Air), il disoccupato in affitto potrebbe essere ognuno di noi.

199 239 Agostino

Guestbook. Intervista a Cristina Simone

Il web partecipativo ha rivoluzionato completamente il modo di comunicare, facendo sì che da una semplice idea si possa arrivare alla “mobilitazione sociale”. In Italia non si può parlare certo di “Primavera Araba” o di “Movimento Verde”, sia per spessore che per mobilitazione, ma ciò che contraddistingue #nofreejobs è la capacità di utilizzare un mezzo come generatore e amplificatore di un’idea che possa sensibilizzare l’opinione pubblica. Stiamo imparando, gradualmente, a utilizzare la rete per il bene comune. Cristina Simone è la “portavoce” di un’idea diventata mobilitazione.

 #nofreejobs è nato dal basso, da un “isterico” post di Paolo Ratto, fino ad arrivare sulla bocca di tutti. Anche i “non addetti ai lavori” hanno iniziato a raccontare le proprie esperienze, ma quanto è stato importante il network personale per spingere l’iniziativa?

È stato molto importante, perchè prima che #nofreejobs diventasse trend topic su Twitter, mi sono rivolta ad alcune delle mie connessioni personali. Dopo aver lanciato il primo tweet con l’hashtag, ho subito chiesto ad amici/colleghi social addicted di aiutarmi a diffonderlo: alcuni di loro hanno fatto un RT altri hanno chiesto alle loro connessioni e così l’iniziativa si è diffusa sul web. Ma è stato fondamentale il network!

Una critica sociale, che diventa mobilitazione sociale. Un differente modo di percepire il lavoro, ma soprattutto una nuova modalità di comunicarlo/valutarlo. Un’app di democratizzazione del lavoro?

L’app non è ancora nel market Android, l’obiettivo è quello di permettere agli utenti di valutare le proposte di lavoro in modo da stilare una classifica delle offerte, dalle migliori alle peggiori. L’app utilizza la geolocalizzazione, in questo modo l’utente collegandosi potrà vedere le offerte attive e valutarle. Dopo il market Android, vorremmo realizzarla anche per Apple (anteprima video). Credo che NoFreeJobs sia soltanto uno dei tanti movimenti di denuncia sociale che si vedono ogni settimana su Twitter, proprio qualche giorno fa si era mobilitata un’altra critica sociale inerente il lavoro in Italia che aveva come hashtag #postofisso.

Nell’attività condotta per #nofreejobs c’è stato un ritorno per il tuo personal branding?
Oggi sei Social Media Manager di La3TV, un progetto molto interessante di H3G sulle nuove tecnologie, cosa puoi dirci della nuova stagione?

Si, c’è stato un ottimo ritorno per il mio personal branding, sono stata intervistata da diverse testate tra cui Wired.it, Alfemminile.com e ho, anche, provato l’emozione di una diretta televisa in La3 nel programma Smart&App. È anche grazie a NoFreeJobs che sono stata notata da La3. Sono 3 settimane che sono Social Media Manager per La3 e siamo presenti sui principali social come Facebook, Twitter, YouTube, ma anche su quelli più di nicchia come Miso. Gli utenti si collegano a Miso per fare check-in nella pagina del programma che stanno guardando, sbloccano dei badge (come su foursquare) e lo condividono con il proprio network.
Il nuovo palinsesto de La3 è ripreso lo scorso primo febbraio e ci rivolgiamo al target di “internet users” con una forte passione per la tecnologia e per i social network. Racconteremo le storie di chi ce l’ha fatta grazie all’utilizzo del web 2.0, ospiteremo e ci collegheremo con blogger, star della rete e tanto altro. Il nostro obiettivo è quello di coinvolgere sempre di più gli utenti e non farli sentire dei semplici spettatori.
In generale questa è, o dovrebbe essere, la sfida per la TV di oggi: creare una maggiore interazione con i telespettatori. E Twitter è una grande opportunità per la TV… Basta pensare al live twitting durante i programmi.

Chiudiamo in ironia? Tu e Anna, due sociologhe fissate con la comunicazione web, questo è il motivo per cui vi hanno “cacciato da casa”?

🙂 Devo precisarvi che io sono psicologa e mia sorella sociologa.
In realtà la più tecnologica tra le sorelle Simone sono io, Anna lo sa e mi “sfrutta” sempre per consulenze social &co. Sono stata io a portare mia sorella sulla strada del web… Chiedetele quante volte le ho parlato dell’importanza di Twitter! 🙂
Io sono sempre stata appassionata di internet, mi ricordo di quando ero al Liceo e navigavo con il modem a 56 k e a scuola ci davamo l’appuntamento per trovarci con i compagni di classe su ICQ. A quei tempi passarsi una foto su internet era un miraggio! Oggi, anche per via del tipo di lavoro che faccio, passo gran parte della mia giornata connessa e non esco mai senza il mio iPhone.

450 450 Agostino

Guestbook. Intervista a Sara Paolucci

L’ospite di oggi è un’assidua viaggiatrice e voce narrante delle sue scoperte. Il sogno di molti è quello di poter viaggiare e guadagnare/vivere con le proprie storie, lei è una che ha realizzato questo sogno. Appassionata da sempre di viaggi è riuscita a diventare “voce narrante” di TUI.it, ovvero l’agenzia di viaggio online che fa capo al più grande gruppo turistico del mondo. Una realtà immensa, che promette ai proprio clienti di rendere reale tutte le pretese nell’ambito travel, anche a basso costo. Un lavoro tanto bello quanto impegnativo, visto la quantità di informazioni e interazioni che una realtà come TUI.it può generare.
Con Sara Paolucci abbiamo cercato di comprende come d’appassionati si diventa professionisti del settore e cosa c’è dietro TUI.it

Social Media Specialist ci si diventa, ma saccenti e curiosi ci si nasce. 🙂 Credo che la curiosità sia una caratteristica essenziale di ogni SMS, ma come si può trasformare questo valore in lavoro? Tu come sei arrivata a TUI.it?

Mmm… diciamo che ho puntato molto su quella che è la mia passione/conoscenza della rete. Quando ancora andavo a scuola d’estate facevo “la gavetta” nella web agency di mio fratello (ovviamente non pagata), così ho imparato tantissime cose e soprattutto ho seguito i cambiamenti del web da quando “web marketing” erano i banneroni lampeggianti sulle testate di siti in html fino ad oggi. Ovviamente però, come produttrice di contenuti, è stata importante anche la mia passione per la scrittura. Sono sempre stata un po’ grafomane, anche se poi non avrei mai pensato di avverare il mio sogno, ovvero scrivere per lavoro.
Infine, mi piace raccontare che il mio responsabile una volta mi ha detto di avermi scelta per la mia umiltà. In lizza per quel posto c’erano anche persone più esperte e affermate di me, ma evidentemente la mia apertura e disposizione ad imparare ciò che ancora non sapevo, hanno fatto la differenza

Il settore turistico è uno di quelli in cui l’utente necessita più frequentemente di attività di costumer care. Da questo punto di vista, i social media rappresentano una grande opportunità, ma allo stesso tempo vanno gestiti sapientemente per evitare situazioni di crisi che sono sempre dietro l’angolo. Come gestisci questo aspetto e come crei la relazione col cliente? Avete mai avuto episodi di crisi o “al limite”?

Le situazioni di crisi ci sono, nel nostro settore più che in altri. I nostri clienti risparmiano un anno intero per poi regalarsi le tanto agognate ferie, quindi è normale che si arrabbino se qualcosa va storto durante le proprie vacanze. In questi casi i social media sono uno strumento infinitamente utile per la velocità e l’immediatezza (non solo temporale) con cui ci consentono di comunicare e risolvere eventuali problemi.
Un altro aspetto che amo molto è che i SM ti consentono di “formare” l’utente. Troppo spesso infatti i problemi nascono da incomprensioni, mancanza di chiarezza da parte degli operatori turistici e delle agenzie, informare prima è molto importante per avere clienti preparati e consapevoli e per prevenire inutili crisi poi c’è tutto il discorso delle recensioni e delle opinioni online che personalmente affronto molto serenamente. In caso di recensioni negative trovo che l’importante sia sempre cercare di capire cosa sia successo, dialogare con il cliente e nel caso il problema sia nostro, ovviamente, risolverlo. Infine, la relazione con il cliente. La parte più bella e gratificante del mio lavoro.
In teoria per una OLTA (online travel agency) il rapporto con il cliente dovrebbe essere praticamente nullo, limitato al processo d’acquisto (online) e ad eventuali rapporti post-vendita.
Grazie ai canali sociali invece, posso essere una vera e propria agente di viaggio che cerca di capire le esigenze dell’utente e, secondo queste, gli consiglia il prodotto giusto.
Un altro aspetto divertente che rende il contatto con il cliente più forte è la condivisione. Un viaggio è un’esperienza, un insieme di emozioni, ed è bellissimo che i nostri clienti sentano il bisogno di condividere tutto questo con noi… così come io faccio con loro, raccontando ogni mio spostamento, per lavoro o per piacere.

Raccontarsi problematiche, emozioni e chicche di un viaggio è sempre stata la prerogativa dei maggiori forum di viaggi. Community nate sul web ma sempre più spesso si sono ritrovate on the road per vivere insieme il Viaggio. I nuovi media hanno reso i forum ambienti da nerd, spostando i “narratori” al blog. Pensi si sia stato un decentramento delle community o solo una nuova modalità di fruizione della rete?

Sono sincera, non ho mai partecipato ad un forum di viaggi se non per offrire/cercare consigli pratici forse con “l’avvento” dei blog la narrazione ha trovato un “luogo” più congegnale. Il blog, prima di essere luogo di scambio (con i commenti nascono discussioni interessanti) è innanzitutto un luogo di introspezione, di dialogo con sé stessi una sorta di diario segreto che segreto non è più (vedi Travelgum).
A mio avviso forum e blog sono due strumenti differenti con finalità differenti. I primi per lo scambio ed il confronto, mente gli altri nascono come strumenti personali e meno collettivi, più incentrati sull’esperienza e, appunto , la narrazione di chi li scrive. Dunque con “l’avvento” dei blog la narrazione ha trovato un luogo a sé più congegnale.

Quindi si può fare network anche con un blog non solo personale ma anche aziendale. Quanto ritieni fondamentale un corporate blog e in che modo lo è per TUI?

Il blog è uno strumento per TUI.it, tutti i contenuti si trovano sul blog ma poi sempre più spesso vengono commentati sulla pagina facebook, per quello che è ill mio lavoro questi due strumenti/canali si completano alla perfezione.
Nella mia esperienza il blog aziendale serve a creare le basi, del network. Diciamo che fornisce le tematiche su cui poi si va a discutere in un canale diverso, più adatto al confronto e alla discussione, come quello che è FB.

 

150 150 Agostino

Tradurre, diagnosticare, curare

Non ci avevo mai pensato, ma, per certi versi, l’analisi del traffico di un sito web e lo studio di una lingua straniera condividono una logica comune. Si tratta, in fondo, di acquisire la capacità di comprendere con facilità quello che viene scritto in un altro modo e con un altro linguaggio. E anche i numeri “parlano”.
Per questo motivo c’è sempre un po’ di soddisfazione quando si riesce a trasformare statistiche e dati grezzi in qualcosa di più. Quando, poco a poco, quei numeri cominciano a significare qualcosa e a fornirti preziose indicazioni su dinamiche e andamenti che non credevi di poter cogliere all’inizio di un’analisi. È un po’ come quando impari una lingua straniera e da poche sillabe, con dedizione e tenacia,  diventi in grado di comprendere un intero discorso.
Per l’analisi di un sito di e-commerce, ai dati di traffico si aggiungono quelli più propriamente commerciali: prodotti più venduti, carrello medio, ricavi…
È di quello di cui ci siamo occupati un paio di settimane fa nei confronti della Farmacia Montera, un sito di vendita di prodotti medicali, farmaceutici e parafaramaceutici. Diagnosi: anemia di CTR sul funnel di navigazione e bassa frequenza di acquisti ripetuti.  Ci siamo trovati a prescrivere una cura per ottimizzare il traffico in entrata e le vendite sul sito utilizzando dosi massicce di CRM per trenta giorni. Per noi, una terapia “sperimentale” su più fronti: sia per il campo d’azione, l’e-commerce, sia per la remunerazione delle performance garantite.  Abbiamo ritenuto opportuno, infatti, legare parte della nostra retribuzione ai risultati che otterremo dalla nostra attività. A volte, per certi versi, si può essere sia traduttori che medici occupandosi di web marketing e e-commerce.

 

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Davide Licordari

Dopo Rudy Bandiera e Claudio Gagliardini non potevamo evitare l’altro elemento fondamentale della lovvotica. Social media specialist per l’agenzia torinese Seolab, è sicuramente una delle voci più attendibili del web per quanto riguarda il web marketing e le novità del web. Pronto a sperimentare e a stupire con la sua creatività, abbiamo discusso sulla figura professionale da lui ricoperta e del ruolo dei social network nella comunicazione aziendale odierna.

In un recente post/traduzione, Peter Shankman critica la figura dei social media expert fino ad affermare l’inutilità della figura professionale. In breve credi che una società/marchio abbia bisogno di una figura del genere o è semplicemente un’osannazione temporanea di nuovi strumenti?

Un’azienda ha bisogno di qualcuno che conosca le dinamiche dei social media perché sono il luogo per eccellenza delle conversazioni: è sui SM che le persone parlano del tuo brand, non puoi ignorarle. Ma ascoltare non basta, bisogna rispondere, interagire, proporre, inventare, declinare sui nuovi media i piani di comunicazione: crediamo davvero che sia un lavoretto adatto a tutti solo perché tutti usiamo Facebook come privati? è come dire che se so cercare su Google allora sono in grado di ottimizzare un sito sui motori di ricerca! Shankman, a mio avviso, voleva più che altro rimarcare due questioni: cui fare attenzione: da una parte occhio ai millantatori, dall’altra occhio a non investire su un mezzo solo per il gusto di esserci.

Il brand deve conoscere i suoi utilizzatori. Una rivoluzione che possiamo attribuire all’avvento del web 2.0 e in particolar modo ai social network, che hanno aperto un dialogo diretto tra brand e consumatori. Molti brand/aziende sono ossessionati dai numeri e dal ROI per il SMM. Credi sia plausibile parlare di ROI in questo caso? Come stabilire un’unità di misura?

Le misure contano, ma con moderazione. Pongo io la domanda: è meglio avere una pagina Fb con 100.000 iscritti passivi o averne una da 10.000 attivi, reattivi e propositivi?
La gara “a chi ce l’ha più grossa (la community)” è un classico tra aziende competitor, ma spesso la si vede anche tra brand dello stesso proprietario (colpa dei brand manager?)… la gara al fan in quanto tale è deleteria: meno attenzione ai contenuti, target approssimativo, abbozzi di spam non fanno bene ai social media.
L’unità di misura esatta a mio avviso è data dal tasso di interazione e dall’esatta composizione della base utenti aggregata: una volta riusciti a dar vita ad un vero luogo di ritrovo virtuale intorno al quale discutere (anche) del brand sarà possibile iniziare a pensare alla parte meramente di marketing che coinvolge il ROI.

Puntare sulla qualità degli utenti e non sulla quantità. Stipulare una dialogo diretto che comporti partecipazione, sarebbe molto più produttivo per il brand che ostentare dei numeroni. Ma i social network sostituiranno definitivamente le altre piattaforme (sito, blog, etc.) o ci sarà una “convivenza” dei supporti? Se si perché?

La domanda cade a fagiolo, ne ho giusto parlato l’altro giorno sul mio blog: non credo che i social network sostituiranno in toto i siti web o i blog. Non si è proprietari dei contenuti pubblicati sui social network, non si sa quali siano gli sviluppi futuri delle piattaforme alle quali ci si appoggia (e se diventassero a pagamento, ad esempio?), non si sa quali saranno le tendenze del futuro. Si sa invece che il web in se non passerà di moda (anzi). Il calcolo è presto fatto,no?
Vedo i social network invece come un luogo fantastico sui quali sperimentare, entrare in sintonia con i propri appassionati, cercare di cogliere feedback preziosi, porsi in maniera più informale rispetto alla classica presenza corporate. Soprattutto per quanto riguarda brand che si direbbero poco “divertenti”: vedere che un marchio di (invento) aspirapolvere in titanio si lancia in una campagna creativa e divertente sui social fa capire quale sia la prerogativa di questi canali, ovvero creare brand awareness, intrattenere e far vivere all’utente un’esperienza legata al brand.

Sperimentare, anche per conoscere le potenzialità del mezzo. Quanto riesci a sperimentare nel tuo lavoro quotidiano?

Per quanto riguarda i progetti strettamente professionali, come saprai spesso la capacità, e la possibilità, di innovazione e sperimentazione dipende dall’approccio del cliente. E dal budget. Voglio dire, per sperimentare bisogna essere in due. Per questo mi piace sperimentare in primis su progetti personali, progetti che non rispondono alle decisioni di altri. Insomma, si fa quel che si può. È in questo ambito si può molto più che altrove!

150 150 Agostino

Guestbook. Intervista a Sasà Tomasello

L’ospite di questa settimana è del Sud. Quel Sud che non smette di lottare e credere in un miglioramento generale, che possa partire proprio delle realtà più ostili, difficili e improbabili. Realtà in cui pochi investirebbero il proprio tempo/denaro, realtà che ti consumano una vita intera, ma realtà che ti permettono di osare e stupire proprio perché nessuno si aspetta nulla da esse. Sasà Tomasello, fa parte di queste realtà, è questa realtà. Un Sud che non resta a guardare.

Come può un pubblicitario e Ceo di un’agenzia gestire il tutto da Ischia? La rete abbatte i limiti fisici/strutturali, che sembrano limitare ancora il marketing italiano o le difficoltà sono realmente tante?

Paradossalmente il limite è ben più ampio. Il problema non è Ischia il problema è il Sud. Se proprio poi vogliamo definirlo “problema”, nel nostro caso, quello della comunicazione oserei dire l’Italia intera.
Non ho mai pensato di lasciare la mia città a favore della carriera ho sempre pensato di voler fare carriera dalla mia città (parlo di Napoli, anche se oggi vivo ad Ischia per scelta, ndr).
Ai tempi dell’università (tra l’altro mai finita a dispetto di una carriera iniziata molto presto), io ed un mio caro amico, ex AD in saatchi, jwt ed oggi anche lui diventato  CEO (ma su Roma), avevamo un sogno: riuscire a creare la nostra agenzia, ma su uno yatch e solcare i mari fin dove i clienti avessero avuto bisogno di noi, tanto, dicevamo, ci basta un Mac ed una Connessione veloce il resto ce lo mettiamo noi (parlo della creatività, ndr).
In qualche modo ho voluto continuare questo sogno,  non ho preso una barca ma mi sono trasferito su un’isola, ho il mio Mac ed una Connessione veloce e navigo fin dove i clienti hanno bisogno del sottoscritto.
Ritornando alla tua domanda, non ho mai ragionato sul paradigma “marketing italiano”. Mi definisco un creativo, un consulente creativo per l’esattezza e non posso affliggermi la vita con limitazioni varia che si incontrano ogni giorno fuori e dentro il lavoro, ci si scontra con una realtà “immatura”  dove la rete è ancora un oracolo e la comunicazione è legata alla “tradizione”.
Si fa di necessità virtù, con le nuove tecnologie quasi tutto è possibile: in agenzia comunichiamo via skype, mi squilla il Mac, perchè se squilla il telefono 9 su 10 è un fax di qualche operatore di telefonia che vuole propinarci un nuovo piano tariffario, o chiamano perchè non rispondiamo ai loro fax, ma riagganciano sempre alla fatidica domanda: “Signore quanto spende di cellulare?” – “Circa 10 euro al mese…” – ” … tu tu tu tuuuu”.
Esatto, ho la presunzione di definire la mia agenzia è una vera “agenzia 2.0”, dove i clienti si interfacciano per lo più in rete, con i miei collaboratori lavoriamo in rete e sono disparati in varie città d’Italia e se vogliamo presentare un progetto lo facciamo via “connectnow”, condividiamo i file via Dropbox e come anche nel caso di questa intervista, condividiamo i documenti con Google Doc.
Ma non è oro tutto quello che luccica, chiaramente ci sono anche i casi in cui occorre l’incontro dal vivo, in genere per la stipula dei contratti con i nostri clienti avviene ancora in questo modo. Ma ci stiamo lavorando.
Rischierò di sembrare pretenzioso, ma non è la rete ad abbattere i limiti fisici e strutturali ma sono le persone che imparano a sfruttarla e che stanno scoprendo nuovi modi per superane i limiti, cominciamo a non avere paura del futuro e imparare a sfruttare le nuove risorse anche in nome del “marketing italiano”.

Un supporto difficilmente modifica un contesto sociale originariamente statico, ma il suo utilizzo, la diffusione dello stesso e le innovazione generate dall’utilizzo, possono generare delle evoluzioni inaspettate. Pensi che sia possibile migliorare il “problema” della comunicazione al sud? Quali supporti e/o iniziative potrebbero essere influenti?

Non credo si debba parlare di “problema” della comunicazione quanto, piuttosto, bisognerebbe cominciare a parlare di “educazione” alla comunicazione. Gli imprenditori e non solo del sud a vivono oggi la comunicazione in un contesto nuovo, sono costretti a relazionarsi con marketing e pubblicità con nuovi mezzi, soprattutto quelli che la rete ci mette a disposizione.
Le persone hanno subito la comunicazione passivamente per oltre 50 anni ed ora cominciano a ribellarsi. Vogliono essere partecipi e poter dire la loro.
Per questo bisogna entrare nell’ottica oggi esiste il consumer che non è più il target e bisogna creare una relazione diretta e farsi trovare pronti e cortesi per rispondere alle domande che ci pongono.
Fare comunicazione significa riuscire a far comprendere al consumatore quali sono i benefici di un prodotto/servizio facendo in modo che questi viva un’esperienza, la stessa che hai vissuto tu prima di cercare di trasmetterla a lui.
Oggi il fattore EMOZIONALE la fa da padrone, coinvolgere, stupire e diffondere sono le chiavi di volta del nuovo marketing, quello che viene considerato NON CONVENZIONALE, di cui mi pregio di essere un accanito sostenitore, dove la comunicazione sfrutta mezzi e metodi alternativi a quelli a cui siamo stati abituati in 50 anni e la diffusione, se vincente, avviene attraverso il passaparola: è il pubblico stesso a diffondere la pubblicità.
Questo fattore e la nascita dei social network, hanno accorciato notevolmente il divario tra un imprenditore del sud ed uno del nord, intellettualmente parlando, anche se la strada è ancora lunga e tortuosa prima che gli investimenti si possano equiparare.
Nel frattempo, noi professionisti, studiamo e ci facciamo trovare preparati.
Siamo professionisti della comunicazione. Questo implica che dobbiamo essere più esperti e più bravi dei nostri clienti ed accompagnarli nell’esprimere quello che loro vogliono comunicare. La nostra bravura sarà la capacità di trovare soluzioni creative adatte ai nuovi modelli di business e comunicazione.
Esistono vari supporti, iniziative, eventi, concetti, strategie , modus, mezzi e metodi per realizzare campagne di comunicazione efficaci e tutte con la stessa desinenza: MARKETING.

150 150 Agostino

La zucchina marcia

Mentre scrivo questo post, in una strada del centro di Firenze le fan di Sisley su Facebook stanno ricevendo in regalo delle magliette su cui è stampato il claim Don’t call me doll.
Si tratta, a quanto apprendo dai quotidiani, di un’iniziativa attraverso la quale il marchio esprime solidarietà nei confronti di tutte le donne, “che non si sentono oggetto, ma vogliono affermare la propria identità e indipendenza”.
L’iniziativa fiorentina segue quella milanese, organizzata per sostenere la manifestazione delle donne del 13 Febbraio.

Qualche ardito giornalista è arrivato persino a scrivere che “con Sisley è cominciata una nuova guerra di indipendenza per dire al mondo: siamo attuali, siamo retrò; siamo sexy, siamo romantiche; siamo classiche, siamo alternative. Siamo ciò che siamo. Soprattutto, siamo”.
Perché ardito? Perché, prima di promuovere Sisley come nuova portavoce del femminismo e paladina di un corretto uso dell’immagine femminile, bisognerebbe ricordare questo:

Per quanto oggi si senta particolarmente vicina alle motivazioni delle donne italiane, che martedì torneranno in piazza, Sisley non è esattamente tra quei brand che si è fatta scrupoli ad utilizzare il corpo femminile erotizzato, per alzare le vendite.
Non a caso, la pubblicità ideata per la collezione A/I è stata bloccata dall’Istituto per l’Autodisciplina Pubblicitaria, perché ritenuta “lesiva della dignità della donna”.
Sisley si è redenta? O più realisticamente spera di allargare la sua fetta di mercato, facendo leva sull’oblio?

150 150 Alfredo

Posta come scrivi

Giorni fa, scrivevo dei valori del nostro corporate blog. Ricerca, costruzione e condivisione di un’identità.
Proprio perché lo assumo come precondizione di ogni rapporto (e quindi, anche di ogni comunicazione), non ho ritenuto opportuno allora soffermarmi in maniera esplicita sulla trasparenza. In nome della quale, dunque, oggi do il benvenuto ad Alessandro, pubblicando integralmente l’email con cui
ho condiviso ieri – al nostro interno – il suo ingresso.

ciao a tutti.
come sapete, da oggi è con noi Alessandro Varone.
prima ancora di presentarlo alla nostra maniera sul blog, mi preme condividere alcune riflessioni.
nel difficile e impegnativo (quanto indispensabile) passaggio da agenzia ad azienda, in cui – come qualcuno di voi ha detto – alle dinamiche personali si sostituiscono ingranaggi professionali, tappa fondamentale è la valorizzazione dell’asset di maggior valore per un’azienda come la nostra, che di comunicazione vive.
il brand.
fino ad oggi, con entusiasmo, passione, amore (frutto di dinamiche, appunto), ognuno di noi – chi più, chi meno – ha assecondato quest’esigenza.
da oggi, con l’arrivo di Alessandro, l’esigenza si trasforma in necessità. e all’entusiasmo, alla passione, all’amore, subentra la razionalità.
con la sua esperienza e preparazione, Alessandro avrà, quindi, come compito primario quello di lavorare alla reputazione del nostro brand.
assunto e condiviso che una reputazione alta, consentirà di resistere sul mercato. resistere sul mercato, consentirà di salvaguardare il posto di lavoro di tutti. e dunque, il sillogismo chiudetelo voi…
nella pratica, Alessandro gestirà i nostri profili sociali, il nostro blog, le nostre comunicazioni online. lo farà con la collaborazione di tutti ma lo farà in autonomia.
risponderà esclusivamente a me, in quanto Rappresentante Legale, Amministratore e – pertanto – titolare del marchio Estrogeni.
grazie della collaborazione. passata, presente e certamente futura.
Alfredo

150 150 Agostino

Questione di stile.

Vento dall’est, la nebbia è là, qualcosa di strano fra poco accadrà.

In una celebre storia, il vento dell’Est ha portato Mary Poppins davanti al portone della famiglia Banks. Chissà da dove soffiava il vento che in Italia ha sollevato il polverone di fanciulle, che ai giorni nostri affollano verbali, giornali e trasmissioni televisive. Queste giovani donne sono al centro di uno scandalo sessuale, ennesima farsa di un sistema incancrenito anche nel modo di comunicare. Se in questo triste teatrino italiano, avessimo mantenuto almeno i quattro punti cardinali, le donne coinvolte in questa vicenda sarebbero prese per quello che sono: persone informate sui fatti, vittime o carnefici. Ormai però, il senso delle cose è andato perduto, al punto che i protagonisti di una storia, che si dovrebbe commentare da sola, sono diventati un fenomeno di costume. La rubrica “Visti da Vogue, dell’omonima rivista, si spende in consigli di stile per le “Berlusconi Girls”, interrogandosi se la loro mancanza di classe sia una condizione necessaria, per il ruolo di “corpose illusioni sexy” che rivestono, o se, al contrario, non possano essere meno sfacciate nel look, augurandosi infine una purificazione catartica nel segno dell’eleganza. Si legge: “Se oggidì conta solo l’apparire e dato che dobbiamo subire le molteplici manifestazioni di queste proterve protagoniste della cronaca, almeno che siano vestite in maniera appropriata.”
Sebbene non si richieda alle riviste femminili una mission femminista, sarebbe almeno auspicabile una certa sensibilità di genere, visto che si rivolgono pur sempre alle donne. Come si può dimenticare che le varie Rubacuori sono donne e che il sistema di cui fanno parte è un attentato alla rappresentazione di tutte? Come si può considerarle solo un fastidio davanti agli occhi, senza considerare di cosa siano lo specchio? Come ci si può rivolgere a loro dicendo: va bene aprire le gambe per soldi o gioielli, ma fatelo con stile, come se uno spolverino di Armani lavasse via il fatto che si stanno vendendo? Ma del resto, nella società spettacolarizzata, anche la prostituzione è questione di stile.

150 150 Agostino

Una nuova voce contro la pubblicità sessista

In questi ultimi giorni i quotidiani hanno parlato de La Réclame, un progetto video in formato web series, che prende le mosse da quelle pubblicità, manifesti o spot, che fanno un uso “inappropriato” del corpo femminile. L’obiettivo del progetto è quello di spiegare, attraverso un commento fuori campo, i meccanismi che si annidano dietro l’uso dell’immagine femminile, nelle pubblicità prese in questione. Il format è stato realizzato da Non Chiederci La Parola, una casa di produzione video, che ogni settimana ospiterà sul suo sito l’analisi di una réclame. Il progetto in questione si ispira al lavoro di Ico Gasparri (presente nel trailer dell’iniziativa). Per chi non lo conoscesse, Gasparri è un fotografo che dal 1990 colleziona scatti sulla pubblicità stradale a Milano, con l’intenzione di raccontare l’uso dell’immagine femminile e l’idea di donna che viene così veicolata. Il suo lavoro si è concentrato sulla pubblicità stradale, perché quest’ultima è una forma di pubblicità obbligatoria, che non può essere ignorata dal cittadino ed è autorizzata dal Comune, che ne permette l’affissione per le strade. (In questo modo chi, inevitabilmente, la vede, riceve anche il messaggio implicito che quell’immagine è stata vista, approvata e autorizzata e, quindi, non ha niente di sbagliato) Questo post è dedicato a chi, come Ico Gasparri e Non Chiederci La Parola, offre le proprie competenze alla lotta contro la pubblicità sessista, perché:
manifestano disaccordo con il riduzionismo tette-culi, sante-“escort”, di troppe agenzie pubblicitarie;
inchiodano ciascuno alle proprie responsabilità: l’agenzia pubblicitaria, i suoi potenziali clienti e i consumatori attratti all’amo;
ribadiscono con forza una considerazione troppo spesso dimenticata, sottaciuta o strumentalmente sminuita, ovvero che la pubblicità ha il potere di contribuire al mantenimento e al consolidamento di pregiudizi e stereotipi (e quindi, se vuole, ha anche il potere di farli cadere);
quindi, fanno presente a chi se lo fosse dimenticato, che ad ogni forma di potere si accompagna il rispettivo comportamento responsabile (concetto che, pubblicità a parte, conviene ripetere con i venti che tirano);
la pubblicità, immagino, dovrebbe essere un’espressione di creatività, di originalità e di innovazione, mentre mi sembra estremamente conservatore, ai limiti del reazionario, continuare a contrapporre mamme-merendine e lussuriose-mutandine.