Spigolature

150 150 Agostino

Gunpania non è Campania

Permettete? Un pensiero critico.
Premessa.
Odio parlare male dei miei concittadini. Ma quando la comunicazione sfocia nella maleducazione, allora c’è da mettere un paio di cose in chiaro. Inoltre, lo faccio su questo blog perché da qui ho iniziato a dare – nel mio piccolo – un po’ di sostegno a Gunpania. E da qui, intendo finire.
Prologo.
Il senso di questo post nasce dopo aver letto quest’articolo sul blog Gunpania e dalla discussione che ne è scaturita. In breve, il tema del post è la partecipazione di Ferdinando Giordano a Grande Fratello. Ferdinando è un giovane salernitano che da quanto si legge è “figlio di Matteo Giordano, detto Mattè O’ Luong’, Affiliato ad un noto clan Camorristico Salernitano degli anni 80.”
Riporto ora lo stralcio dell’articolo scritto da Mr.Gunpania, da cui è scaturita la discussione.
I Più Superficiali potrebbero dire: AH CHE SCHIFO! CHE VERGOGNA!!! DOBBIAMO BOICOTTARE GENTE COME FERDINANDO GIORDANO E PROGRAMMI COME IL GRANDE FRATELLO,CHE SFRUTTANO QUESTE TEMATICHE SOLO PER ALZARE L’AUDIENCE.
Beh noi di Gunpania siamo daccordo in Parte, precisamente solo con la seconda parte.
Ma proprio non ce la sentiamo di parlare male riguardo una persona come Ferdinando Giordano, una persona che ha sempre lavorato onestamente, e che per quanto ne sappiamo (E FIDATEVI CHE LO SAPPIAMO)ha sempre fatto sacrifici per emergere dalla condizione sociale in cui è nato.
Quindi vogliamo dire a tutti i Salernitani, ai Campani, ma soprattutto ai meridionali di supportare Ferdinando Giordano in quest’avventura, perchè Nando Giordano rappresenta la parte sana di un Territorio troppo discusso, troppo sfruttato, troppo emarginato e troppo Giudicato. Nando non Rappresenta solo Salerno o la Campania. Nando sta rappresentando l’intero Sud.
Il Fatto.
Tra i commenti, mi sono permesso di rispondere che di certo non si possono addebitare ad un figlio le colpe di un padre e quindi è bene scriverlo in un articolo. Inoltre, mi sono permesso di aggiungere di non essere d’accordo sul fatto che lui rappresenti la voglia di emergere della Campania.
Questa è stata la risposta di Mr.Gunpania: “
perchè Nando Giordano rappresenta la parte sana di un Territorio troppo discusso, troppo sfruttato, troppo emarginato e troppo Giudicato…potresti negare questo? Allora conosci poco il tuo territorio..o conosci solo la parte patinata..noi ci battiamo affinchè nessuno dimentichi cosa è davvero il Sud.. La patina ve l’hanno data per non farvi pensare.Grazie dell’apprezzamento sull’articolo comunque sia.
Epilogo.
Sinceramente, mi sono sentito offeso. Perché? Perché io, i problemi del mio territorio me li vivo tutti i giorni. Dopo aver lavorato e studiato, ho avuto la fortuna di trovare questa occupazione. Un lavoro che la mia terra non mi avrebbe mai dato in tempi così brevi. Quindi, mi sono fatto la valigia e ora vivo a 300km lontano da casa, dalla mia famiglia e dalla persona che amo. Per colpa di un territorio gestito da quei poteri marci che citano i ragazzi di Gunpania. E come me tanti, tantissimi altri ragazzi del sud Italia, validi e competenti, sono costretti a lavorare lontani dalla propria terra di appartenenza. Se mi guardo intorno in quest’ufficio, la persona che viene dal punto più a nord è Mattia che è di San Giovanni, Roma. Su 15 persone che lavorano qui, la maggior parte è del meridione. E, per inciso, Alfredo, il mio ceo, è napoletano (ahimè, persino tifoso del Napoli).
Per me, sono queste le persone che meritano di essere rispettate e che rispecchiano la “parte sana” di un territorio afflitto da problemi enormi ogni giorno. Perché hanno studiato e lavorato per emergere o migliorare la propria condizione di vita. Non certo un ragazzo che va al Grande Fratello.
Nonostante sia rammaricato dalla pessima capacità di intrattenere le pubbliche relazioni del collettivo Gunpania, resta immutato il mio intento di diffondere qualsiasi attività di comunicazione degna di nota di cui si faranno portavoce.

150 150 Agostino

Adv-roulette

Permettete? Un pensiero al cacciatore.
Stamattina ero sul motorino fermo al 15245187esimo semaforo di Roma. Auto e scooter ovunque.
Tuttavia, mi è caduto l’occhio sulla creatività di una pubblicità dinamica sulla fiancata di un bus. Il prodotto era una radio, romana credo, che passa musica rock. Ascolto quasi esclusivamente musica rock, soprattutto in radio. Ne ascolto tanta, eppure questa radio non la conoscevo.
Avendo discusso una tesi in Marketing Non-Convenzionale, è di pubblico dominio la mia posizione in merito all’utilizzo tradizionale di mezzi tradizionali. Eppure, questa volta hanno funzionato. Proprio con me.
Allora ho pensato alla pubblicità come ad una roulette russa.
Non so se qualcuno ha già parlato di quello che sto per dire. Per quanto sono sbadato potrei averlo fatto io ed averlo dimenticato. Nel caso qualcuno abbia letto qualcosa di simile a quello che sto per esprimere è pregato di passare parola.
La roulette russa, come molti ricorderanno grazie al film di Michael Cimino, è un macabro gioco in cui due sfidanti armano il tamburo di un revolver con una sola pallottola, facendolo girare e fermandolo a caso. Se quando ci si punta alla testa l’arma non si è morti d’infarto, si può anche provare a sparare.
La pubblicità è un po’ così. Armi un canale come faresti con una pistola, ma quando spari non sei sempre certo di riuscire a colpire il tuo target. Spesso il proiettile diventa vagante, e colpisce più tardi di quello che pensavi.
Nel caso che si tratti di supporti off-line, è ancora più difficile sapere quando, come e quanto lo hai colpito (non tutti quelli che notano una pubblicità su un bus ci scrivono un post). I mezzi, cosidetti above-the-line sono sicuramente in crisi anche per questo (tranne internet, che a mio parere meriterebbe un cluster a parte). Sono costosi, persistenti, e non offrono una ROI attendibile. Va sottolineato infatti che l’esposizione ad uno spot non è un dato paragonabile a quello della visualizzazione libera di un video.
Quindi non utilizziamo questi mezzi ATL? Sarebbe un’assurdità.
Il problema è che sono mezzi di massa che non parlano più alle masse. Come dice quello che cito sempre il mercato non si è ristretto, ha solo creato tante nicchie al suo interno. Ognuna delle quali ha bisogno di essere informata, su eventi o evoluzioni che riguardano il brand ad esempio. In questa ottica anche i mezzi ATL diventano utili allo scopo. Ciò che rende difficile, impossibile, il loro utilizzo resta il costo. Pagare uno spazio tv il doppio di quanto pagheresti la realizzazione di uno spot di buona fattura, a fronte di un numero certamente inferiore al passato di persone che saranno interessate allo spot, mette l’investitore nella condizione di non poter sostenere l’investimento.
Allora non funziona perché costa troppo? È un buon indizio, ma non voglio farla così semplice. Ma per il momento basta così. Altrimenti Ale non mi leggerà.

150 150 Agostino

Nome in codice: John Doe

Permettete? Un pensiero privato.
Da un po’ di tempo (forse da quando è nato) Facebook è stato sempre al centro di un dibattito particolarmente acceso, quello relativo alla tutela della Privacy. Polemiche scaturite, illegittimamente, da più pulpiti, tali da costringere lo stesso fondatore di Facebook ad ammettere attraverso un articolo comparso sul Washington Post di aver commesso parecchi errori nella stesura delle norme sulla privacy del social network, molto complicate, labirintosi, di difficile comprensione (Fonte).
Un capo di imputazione è stato identificato nella poca chiarezza e semplicità di gestione della palette privacy negli account, che infatti è diventata più user friendly. È possibile inoltre condividere i propri link scegliendo tra “tutti”, “amici” o “amici di amici”. Passando per la risoluzione di problematiche più gravi come trovare il proprio numero di cellulare pubblicato da Facebook senza che l’utente ne avesse concesso l’autorizzazione.
Pensate che tutta questa storia si è risolta con un genuino e candido monito di Zuckemberg che ha affermato – nonostante gli sforzi siamo ancora lontani dalla perfezione. Cerchiamo sempre di fare del nostro meglio per costruire il miglior servizio per voi e per il mondo intero. Grazie.
Lamentarsi di vedere il proprio numero di cellulare pubblicato su Facebook, o preoccuparsi di essere taggati in una foto scomoda a propria insaputa, o di essere geolocalizzati dalle miriadi di applicazioni esistenti sono, a mio parere, le ultime problematiche in tema di tutela della privacy nate con l’utilizzo di questo social. Mi spiego meglio.
Vi sarà sicuramente capitato di parlare al bar con gli amici di una persona di cui non conoscete il nome, e di chiederne il cognome per cercare il suo profilo e vedere la foto. Chissà, forse la conoscete di vista.
Oppure, parliamo di pubbliche relazioni. Incontrate una ragazza in un pub. Tentate un approccio. La conversazione potrebbe oggi essere di questo tipo:

– LUI: Ciao. Bevi qualcosa?
– LEI: Con piacere, un vodka tonic.
– LUI: Complimenti, è il mio cocktail preferito.
– LEI: Ma pensa un po’…
– LUI: Hai un accento particolare. Di dove sei?
– LEI: Pietralia Soprana. Te?
– LUI: Pensa te. Anch’io.
– LEI: Ma pensa un po’…
– LUI: Scusami ma devo andare. Mi lasci il numero vero?
– LEI: Non ci penso proprio.
– LUI: Ma dai. Almeno il contatto messenger?
– LEI: Dimenticatelo.
– LUI: Dimmi almeno come ti chiami.
– LEI: ALESSIA FEOLA.
– LUI: Ti ho fregato. Grazie!!!

Non so se con questo breve e patetico sketch di una fantomantica conversazione ho reso l’idea. Con Facebook, se non si vuole essere disturbati da persone indesiderate, bisogna tutelare prima di tutto il proprio nome e cognome. Perché basta quello per essere cercati, trovati e bersagliati di richiesta di amicizia o messaggi privati (e per fortuna non è il mio caso :).
Pertanto trovo patetiche tutte le questioni in merito alla tutela della privacy che orbitano intorno all’universo Facebook.
Per quanto mi riguarda concordo con l’affermazione di Zuckemberg che dice “
Per la mia generazione la privacy non è un valore“.
Morale: avete problemi di privacy? Facebook non fa per voi.

150 150 Agostino

Adoro l’odore del napalm di mattina

Permettete? Un post secondario.
L’odore che preferisco io di mattina è quello di un post (anche se pubblicato a quest’ora). Questo nello specifico è la continuazione di una piacevole discussione che ha preso vita qui. Rispondo quindi a Giuseppe tramite post perché in questo caso ho bisogno di un supporto grafico, e di maggiore spazio.
Fortuna che soffro di orticaria colinergica e quindi non ho percepito la differenza.
Giuseppe si chiede: “il giochino (mi semplifico la vita) ha valore in sé? esisterebbe senza Burgherking? mi pare di no, quindi il suo costo non sono i 30 euro che serve a tenerlo in rete, ma il costo di Burgherking”.
Siamo al paradosso. È come dire che ad un’azienda gli spot tv non pesino solo per il loro costo di produzione, ma per questo più il costo di tutta la struttura. Ovvero, se volessimo sapere quanto è costato uno spot tv dell’Iphone (che continuo a citare solo per il fatto che tanto non ha bisogno della mia pubblicità) dovremmo sommare il costo di produzione dello spot al costo complessivo di tutta la Apple. Un discorso decisamente semplicistico.
Inoltre, per quanto mi riguarda è Burger King che non esisterebbe senza il giochino. Nel senso che non esisterebbe senza pubblicità. Se prendessimo il prodotto migliore al mondo e lo lasciassimo cadere per strada, basterebbe che venisse raccolto da una sola persona e che questa lo provi per avere la giusta pubblicità. L’ignaro passante inizierebbe a testarlo, si convincerebbe della bontà del prodotto, ne parlerebbe ad altri. Si innescherebbe così la pubblicità più efficace al mondo, il passaparola. Ma sempre di pubblicità stiamo parlando.
Parliamo infatti di soldi. Parliamo di costi di fissi e costi variabili, e di come vengono compensati. Facciamolo con esempi concreti ed esplicativi. Quindi parliamo ancora più nello specifico del valore che ha avuto il “giochino” per Burger King.

Il famigerato costo fisso viene ammortizzato in maniera più che soddisfacente da un prodotto digitale con dna virale. Il lancio di Subservient Chicken è avvenuto ad Aprile 2004 e nel Giugno 2007 ha totalizzato 16,5 milioni di visite, con un tempo medio sul sito di circa 7 minuti. I risultati sono stati un aumento costante del 9% nella vendita dei panini Tender Crispy Sandwich e la brand awareness raddoppiata. Ma non dovevamo parlare di ammortizzamento? Mantenere attiva una struttura del genere è come avere una televisione sempre accesa nelle camere degli utenti, che però possono decidere di andare a vedere lo “spot” ogni volta che vogliono. Un normale spot tv sarebbe stato somministrato probabilmente tra aprile e maggio e poi ce ne saremmo dimenticati. Oggi invece io te ne ho parlato, altri leggeranno il post, e andranno per curiosità a vedere il sito. Facendo abbassare, nel tempo (coda lunga) sempre di più il costo per contatto di tutta la campagna.

150 150 Agostino

Purple rain

Permettete? Un pensiero di colore viola.
Passando la maggior parte delle ore del giorno davanti ad un Mac, la sera torno a casa senza sentire la minima necessità di accendere né tv, né altro tipo di monitor.
Allora le alternative nel mio consumo mediale restano i libri, e qualche visionario fumetto. Ben conscio del fatto che presto faranno la fine delle video/audiocassette, mi consolo pensando che ne ho ancora tanti da leggere, e spesso da rileggere.
In realtà non mi capita spesso di rileggere un libro. La prima volta è stato con Siddartha. Ora è ricapitato con Purple Cow (La Mucca Viola), forse il libro più celebre di Seth Godin.
Letto agli albori dei miei studi universitari, quando avevo appena iniziato ad annusare le prime nozioni di marketing, e riletto ora che il marketing fa parte della mia routine come la colazione e l’aperitivo del Venerdì sera. Se non lo avessi scoperto probabilmente non mi sarei mai avvicinato a questa professione. Thanks Seth.
Rileggendolo ora che guardo questo mondo dall’interno, posso confrontare ai casi studio citati dal guru americano quelli vissuti in prima persona. Il sapore della rilettura diventa quello di una lettura brand new. In particolare mi sono soffermato a ripensare alle pagine sul “complesso industriale-televisivo”, il cui funzionamento è sinteticamente ed esaurientemente spiegato da Godin nel libro per introdurre un cambio epocale nel mondo del marketing moderno (post-moderno, direbbero gli esperti):

“In passato vigeva questa regola:
crea prodotti comuni e affidabili
e promuovili con un marketing di qualità.

La regola che vige oggi è invece:
crea prodotti straordinari (le mucche viola, ndr)
capaci di attrarre le persone giuste.
(Seth Godin, Sperling & Kupfer Editori, La mucca viola, p.14, 2002)

Interpreto.
Non è importante la dimensione del target a cui ti riferisci (spot televisivo = la massa), ma quale influenza hanno i gruppi con cui dialoghi sulle persone con cui questi giungono a contatto.
Morale della favola, contatta gli early adopters perché questo piccolo gruppo è in grado di determinare l’accesso del prodotto ad gruppo più grande, ad un mercato più grande, più esteso.
Ma se bastasse solo questo saremmo a cavallo. Purtroppo non basta. Serve che il prodotto sia viola. Sia straordinario. Altrimenti perché dovrebbe interessare ad un adattatore precoce? Non fa una piega. Anzi no.
Alzi la mano chi non si è mai trovato a dover promuovere un prodotto di cui non condivideva i benefit. Ammetto, l’ho alzata.
Ma è più che normale. Il mercato sarà sempre popolato da prodotti mediocri. Non sarà mai ammesso il comandamento del “non creare un prodotto a meno che non sia straordinario, altrimenti è peccato”. I motivi sono molteplici. Uno di questi riguarda il fatto che le persone hanno idee. Ma non è detto che queste idee saranno sempre vincenti. Saranno portate avanti con passione e audacia, cogliendone lo scintillio da ogni angolazione, eppure capita che la realtà uccida il genio.
E poi se tutti producessero prodotti straordinari, non ci sarebbe niente di straordinario di cui parlare. Allora come faccio ad attrarre un untore con un prodotto non-viola?
La soluzione in questo momento ancora non ce l’ho, ma confido magari di trovarla nel prossimo guru’s book. Per il momento credo che fin quando resisterà la dicotomia Prodotto Straordinario vs Tutto il resto (Muccha Viola/Mucche Marroni, secondo Godin), sopravviveranno almeno sempre due modi di fare marketing. Il marketing per tutti i prodotti (televisivo, stampa, ATL) e il marketing per i prodotti viola (non-convenzionale). Ma questo non è un libro per marketer…
Riporto infine il contenuto di una tabella molto interessante presente sul libro, in cui Godin distingue i prodotti che hanno avuto successo grazie al complesso industriale-televisivo, e quelli che hanno avuto successo perché sono delle Mucche Viola:
– Prodotti complesso industriale-televisivo:
Barbie, Prell, Honeywell, United Airlines, McDonald’s, Marlboro, Cap’N Crunch, Battling Tops, Excedrin, old Maggiolino Volkswagen.
– Prodotti Mucca Viola:
Starbucks, Magic Cards, Dr. Bronner’s, Linux, Jetblue, Outback Steakhouse, Motel 6, Mp3, Dr. Bukk, Prozac, Il nuovo Maggiolino Volkswagen.

Quale altro prodotto/brand inserireste nell’ultima serie? Io ci vedrei bene  l’Ipod (non l’Iphone perché il suo successo dipende molto dal successo dell’Ipod di cui non ricordo di aver mai visto una spot tv), Facebook, Moleskine, Youtube…

150 150 Alfredo

Kaputt mundi

Ovvero, la geopoltica del web.
Ovvero ancora, la sottile differenza tra funzione e finzione.
No, tranquilli. Non torniamo su Google e la Cina.
Ce la possiamo cavare con un laconico quanto scolastico come volevasi dimostrare.
No, non si tratta di libertà, che pure già abbiamo affrontato.
No, qui e adesso, vogliamo parlare di dignità.
Qualcosa di ancora più personale, profondo, vivo.
È un cosa seria, eh, mi raccomando?!
Stamattina, mi collego ad internet, vedo un po’ gli accessi ai nostri spazi virtuali e noto che abbiamo ricevuto una visita approfondita (oltre cinque minuti, rispetto ad una media dell’ultimo mese di due minuti e poco più) dalla città indiana di Hyderabad.
Visita nuova, 0% di rimbalzo, tre pagine viste.
La cosa interessante (e, per me, illuminante…) è che la chiave di ricerca nelle sorgenti di traffico risulta(va) “web design companies in vatican city”.
Il primo pensiero è andato a Francesco. Vuoi vedere che da Budapest si è allungato a sud-est?
Ma no, dai, Francesco è a casa che studia (vedi alla voce, utopie).
Arrivo allora in ufficio e chiedo a Mattia di dare insieme un occhio al codice del sito. Appuriamo l’inesistenza di qualsiasi riferimento papale.
Dunque.
In tempi di riabilitazioni, affermazioni (vana)gloriose, invii di supermen ad Haiti perché solo noi, sì, sappiamo offrire (e quando mai?!) il coordinamento che la gravità della situazione impone, cosa fanno i laici algoritmi del motore di ricerca per antonomasia?
Leggeri come metafore, icastici come allegorie, ci portano indietro di centoquarant’anni. Nella Vatican city…
Mi viene da ridere. E da considerare che, tutto sommato, sarebbe più logico avere nei posti di guida e indirizzo numeri anziché politici fintamente appassionati e opinionisti stancamente battaglieri.
Ancora ci penso e sorrido…
C’è qualcuno, a  seimila chilometri di distanza, che ci vede e ci cerca come la città dei cardinali, delle fumate bianche, dell’oltretevere.
E dire che giusto ieri, mi è giunta a casa la comunicazione ufficiale del trasferimento di residenza. Dal 29 dicembre 2009, civis romanus sum.
Addio mia bella Napoli. Addio, pizza city. Prego per te.

150 150 Alfredo

In libertà

Traendo spunto dal Sole 24 ore di ieri, Francesco faceva riferimento ai rapporti tra Google e Cina, in tema di diritti e libertà d’espressione.
Sulla stessa edizione del quotidiano, si faceva cenno anche al rapporto annuale di Freedom House sulla (mancanza di) libertà civile e i diritti umani nel mondo. Iran e Cina in testa. Sorprendentemente, in coda (e quindi, ben piazzati) i paesi balcanici.
Poche pagine dopo, c’era un piccolo box dedicato a Ferragamo. L’amministratore delegato Michele Norsa esprimeva la soddisfazione per la quota di mercato sempre più elevata che l’azienda sta ritagliandosi in Cina. Ormai, raccontava, si fa più fatturato nei negozi monomarca in Cina che in Italia.
Venerdì scorso, ero al Cnel per un convegno sull’autunno caldo, promosso dalla Fondazione Bruno Buozzi.
L’allora segretario della Uilm, Giorgio Benvenuto, raccontava della forza dei giovani di allora. Della speranza e della volontà che li animava versus la paura che li alimenta oggi. Quarant’anni fa, si attaccava il mondo; oggi, non resta che difendersene.
Allo stesso tavolo, era seduto Rino Formica. Provocatorio come sempre, costituzione alla mano, ha letto l’articolo 36 della Costituzione (chi se lo ricordava?!… chi se lo ricorda?!…). Quello che, tra l’altro, recita “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. La provocazione stava nella considerazione che, dunque, ogni stipendio sotto i 7/800 euro al mese sia da dichiarare incostituzionale.
Tornato a casa, sono andato a leggere anche gli articoli a seguire. Mi sono portato avanti fino al 41. Esso recita “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.
Mi domando e dico (e non trovo risposte).
È più importante la libertà economica o quella d’espressione? L’una va con l’altra o è in contrasto con essa? Cos’è più censorio, un regime che non ti permette di dire la tua o una democrazia che non ti permette di vivere la tua? Quale spazio asfissia di più, quello virtuale controllato o quello reale inaccessibile da 500 euro al mese e in nero per una stanza singola? Dove e come cresce meglio un giovane che abbia voglia di fare esperienze di vita? Dove alimenta la speranza? Cosa gli fa così paura? E un imprenditore che volesse assecondare anche la seconda parte dell’articolo 41, che recita “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”, dove investe? In Italia o in Cina? E il fine sociale, qual è? I 2/300 euro incostituzionali che restano in tasca per mangiare, andare al cinema, leggere un libro e vedere una mostra (cioè, alimentarsi spiritualmente) o Facebook per tutti?
Libertà. Per trent’anni quasi, ci ho vissuto al 218 bis. Ma era una via a senso unico.
Adesso, cos’è?

150 150 Agostino

Che uomini conosce Cassini?

Permettete? Un pensiero oleoso.
Dopo il grande successo cinematografico di Uomini che odiano le donne