Clienti

150 150 Alfredo

Ieri sera e per sempre

Con il primo pezzo dei Farias, sembrava di essere catapultati in Love Boat.
Capitan Stubing, Julie la direttrice e Isaac il barman. E vent’anni di meno.
Devo dire che il bell’auditorium dell’Unicef ci mette del suo, a farti sentire all’interno di una nave da crociera.
Ma il filmato da Haiti, in cui forti erano le immagini, irresistibili gli sguardi di chi soffre e coinvolgenti le parole di chi opera, ci ha portato a riva. Ci ha fatto proprio attraccare alla parte più intima di noi.
Siamo saliti sul palco e ho provato a dire qualcosa. Dovendo gestire l’emozione (anche di non aver mai fatto una crociera).
Ho detto qualcosa del genere. Tra un brivido e l’altro.
Chi ci conosce, chi conosce me in particolare, sa quanto un video del genere colpisca.
Chi ci conosce altrettanto bene, sa altrettanto bene che nessuno di noi soci operativi ha un pregresso di formazione accademica nel campo del management e dell’organizzazione aziendale, in particolare.
Per questo, procediamo con un’evoluzione del genere fai da te.
L’ultima tappa, è stata la lettura, durante le vacanze natalizie, dell’ultimo libro di Riccardo Ruggeri, Una storia operaia.
Ruggeri è un manager, azionista e imprenditore, anch’egli autodidatta.
Di grande successo, a livello nazionale e internazionale. E di grande generosità (non a caso, tutti i diritti d’autore dei suoi libri sono destinati a cause benefiche).
Era il periodo in cui ci occupavamo anche del lancio del film tratto dall’Eleganza del riccio ed era singolare, nelle parole dell’autore, (ri)avvertire l’eco di una portineria. Gli umori, i valori, gli incroci.
Detto ciò – su cui torneremo presto -, a pagina 58 leggo questo passo e, come spesso mi succede, lo segno con un’orecchietta al vertice del foglio.
“L’aver passato oltre quarant’anni nel mondo del management, e averne studiato a fondo i modelli organizzativi e le dinamiche, mi ha convinto che un’azienda per raggiungere, e mantenere, il successo deve avere un vertice in grado di soddisfare tre profili.
Primo, una vision visionaria e una mission chiara; secondo, capacità e velocità di exevution; terzo, intelligenza sociale”.
Sto nel mondo dell’management da molto meno di dieci, pertanto la necessità di misurarsi è sempre alta.
Applicando (parzialmente) l’analisi Ruggeri.
Vision visionaria, è quella che ci ha condotto qui, su questo palco, contenti, sereni, in tanti, a rivolgerci a clienti così importanti e prestigiosi. Un sogno che ancora vive, una realtà che ancora si consolida.
Intelligenza sociale (io aggiungo, relativa), è quella che ci conduce ad interessarci delle esigenze e necessità delle persone che lavorano con noi e anche generalmente dell’ambiente in cui operiamo. Intelligenza sociale (io aggiungo, assoluta), è quella che ci spinge ad occuparci di chi è lontano da noi, magari sconosciuto. E per cui sentiamo di poter e dover fare qualcosa. Almeno, condividere un po’ della nostra stabilità.
Donare a chi non ha più nulla un poco del tanto che abbiamo, è intelligenza. Tout court.
Ma poi, ho anche concluso. Che il concetto di Magnitudo presente nel nostro invito, altro non è che la trasposizione creativa dell’intelligenza sociale.
Magnitudo non solo nostra ma soprattutto di chi ci sceglie, sostiene, valorizza, dandoci la possibilità di fare scelte così belle ed emozionanti.
Dedicato a chi tra loro c’era e a chi non ha potuto esserci.

150 150 Daniela

L’armonia assoluta

Metti una giovane violinista che non ha non mai suonato Ciaikoswki, un concerto e una bacchetta spezzati, 85 orchestrali costretti ai lavori più disparati, un ex direttore di orchestra alcolizzato e ridotto a fare le pulizie, aggiungi un impresario bislacco, una tournée annullata, un fax arrivato per caso. Metti l’ironia e la tenacia del popolo, l’arte di arrangiarsi dei gitani, aggiungi la lotta al regime, il potere dei sogni, mescola donne forti e appassionate, affida tutto a Radu Mihaileanu e avrai Il Concerto:  il più bel film di questo periodo, un capolavoro che mi ha fatto emozionare come non mai. Era martedì, all’anteprima all’Auditorium del Parco della Musica. Prima dell’inizio del film, Laura (il nostro cliente) ci avverte: è un film che ha un finale forte, vedrete gli uomini piangere. Parole profetiche. Inizia il film e sullo schermo segui uomini persi, distrutti, bloccati, fermi a trent’anni prima da una dittatura e una legge razziale che ne ha spezzato sogni e carriere. Li segui nella disperata e disparata quotidianità, tra mafia russa e sacrifici, tra ricatti e riscatti. È una carovana di improbabili quella che va a piedi all’aeroporto, è una classe di indisciplinati quella che fa tardi nelle strade di Parigi, è un groviglio di interessi privati quello che si muove tra cellulari mai avuti e libertà insperata. Poi, quando tutto sembra destinato a finire, li ritrovi coesi in un corpo solo e un’anima sola, compatti nel rispondere all’appello di nome Lea, professionisti dotati di talento capaci di raggiungere l’armonia assoluta nel dialogo serrato tra la nota malinconica del violino e la coralità dell’orchestra. Ed è alchimia pura. Il Concerto è  un film in cui si ride e si piange, in cui nulla è come appare. Dove la commozione è tale – all’attacco del violino solista – che non puoi resistere al brivido che scorre lungo la schiena e quando scoppia fragoroso l’applauso sullo schermo puoi solo assecondare la piena e lasciarti travolgere. Il miracolo si compie, attacca il violino, parte la magia, inizia la visione, buon ascolto.

Il regista all'Anteprima del Film

Il regista all’Anteprima del Film