Campagne

Agostino

Il Like della discordia

Ieri spopolava in rete la campagna di Crisis Relief Singapore, vincitrice di un Leone d’Oro a Cannes, incentrata sull’headline “Liking isn’t helping”. Un’immagine forte, per veicolare il messaggio che pulirsi la coscienza con un like su Facebook non è di nessun aiuto concreto per le associazioni umanitarie come CRS.
Qualcosa non mi tornava, ma la campagna è in effetti bella e quindi non ho approfondito cosa non mi convincesse.
Stamattina ho trovato la campagna Unicef che potete vedere nel video qui sotto, dal concept praticamente identico: “Likes don’t save lives. Money does.”

A questo punto, ho capito qual è il meccanismo che non mi torna e che è comune a queste due campagne: uno dei messaggi che passano, secondo me, è che il like è alternativo alla donazione, o all’aiuto concreto. So che sarebbe difficilissimo (se non impossibile, visto il carattere anonimo di molte donazioni) andare a verificare che corrispondenza c’è fra donazioni e engagement sui social network fra i donatori, ma siamo così sicuri che la relazione sarebbe inversamente proporzionale, come suggeriscono le campagne? È chiaro che, potendo scegliere, le ONG preferirebbero avere più donazioni e meno like, ma siamo sicuri che a meno like corrisponderebbero più donazioni? Chi lo garantisce? Io personalmente penso il contrario, che magari chi è più attivo sui social su questi temi dona probabilmente di più di chi invece li ignora anche sul web, e che le ONG che hanno più like sui propri social sono anche quelle che ricevono più donazioni.
Queste campagne si inseriscono in un filone di pensiero molto attuale, che riassumerei nella frase “abbasso il web, evviva la vita reale”, che non tiene conto a mio avviso di un dettaglio fondamentale: il Web e i Social sono ormai una parte (di una certa importanza) del mondo reale, che ci piaccia o no. Sarebbe ora che ce ne facessimo, tutti, una ragione.

800 533 Agostino

Violazioni benefiche

Ieri Eleonora mi ha segnalato due campagne che trovo molto legate fra loro da un filo conduttore comune: la violazione di qualcosa di personale per un’iniziativa di comunicazione sociale.
La prima campagna è quella dell’organizzazione animalista PETA contro l’utilizzo delle scimmie negli spot pubblicitari. Per sensibilizzare verso la tematica, la campagna punta direttamente alla fonte, ovvero a chi le pubblicità le pensa: i creativi. La PETA è quindi entrata nei loro computer, agendo sul correttore ortografico di Word e facendo sì che ogni volta che viene digitata la parola scimmia (e simili), al suo posto comparirà un messaggio che indica cosa succede agli animali protagonisti di spot pubblicitari. Il tutto è molto ben riassunto nel video seguente:

La seconda idea invece è Trial by Timeline di Amnesty International New Zeland. L’applicazione chiede agli utenti di autorizzare l’app ad estrarre i dati della propria timeline di Facebook andando poi a verificare in base a dati, gusti e comportamenti personali (dalle preferenze sessuali a consumo di alcolici e professione) quali sarebbero i crimini commessi in alcune parti del mondo, mostrando anche le punizioni che verrebbero inflitte.Entrambe le campagne giocano sulla violazione (nel primo inconsapevole, nel secondo volontaria) per sensibilizzare le persone su temi sociali, secondo me riuscendo nel loro obiettivo. Voi cosa ne pensate?

Agostino

Prohibition marketing

Si può sfruttare un prodotto altrui per un’operazione di marketing, attribuendogli valore negativo? Indubbiamente sì.
La cosa curiosa, nel caso che sto per raccontare, è che non solo si attribusice valore negativo al prodotto, ma addirittura lo si vieta.
Ma andiamo con ordine.
A metà febbraio Google presenta i Google Glasses, occhiali che integrano le applicazioni comuni che solitamente utilizziamo sui nostri smartphone: browser, mappe, social network, messaggistica, registrazione foto/video e quant’altro. Il tutto impreziosito da comandi vocali e senza bisogno di uno schermo touch: è tutto proiettato sulla lente, a portata di occhio.
I Google Glasses sono ancora in fase sperimentale, dovrebbero arrivare entro fine 2013 ad un prezzo ancora sconosciuto (pare al di sotto dei 1.500$). Ma questo non ha fermato il 5 Point Cafè di Seattle dal lanciare un’iniziativa che può piacere o meno, ma mi ha indubbiamente affascinato per la tempistica: si tratta infatti probabilmente del primo esercizio commerciale al mondo ad aver vietato l’utilizzo dei Google Glasses all’interno dei propri locali, attraverso un apposito segnale e un post sulla propria pagina Facebook. In pratica un divieto di qualcosa che materialmente ancora non esiste, se non in versione beta.
La notizia ha permesso al locale di avere un’ampia visibilità globale e possiamo scommettere che porterà anche tanti curiosi a visitarlo, ovvero tanti nuovi clienti. Il tutto realizzando solo un segnale di divieto ad hoc e un post su Facebook: quando c’è sotto l’idea, non serve niente di particolarmente difficile e dispendioso.
Curioso pensare che Android, il sistema operativo realizzato da Google, è stato spesso protagonista (specie grazie a Samsung) di spot che utilizzavano i prodotti del rivale Apple in chiave negativa. Che dire, chi la fa (la pubblicità aggressiva), l’aspetti (il violation marketing).

Agostino

Giochi Social(i)

L’United Nation Foundation è un’associazione legata alle Nazioni Unite e si occupa di mettere in contatto l’organizzazione con i suoi supporter, attuali o potenziali, in giro per il mondo. Oggi ne parlo perché recentemente l’UNF ha lanciato un’iniziativa davvero interessante. Si tratta del Global Good Challenge, una sorta di grande gioco online che si prefigge di sensibilizzare i più giovani verso temi come la fame, la povertà e la violenza con un tipo di comunicazione affine al target.
E quale meccanismo migliore della gamification, per coinvolgere giovani e giovanissimi? Una volta collegatisi alla piattaforma tramite login Facebook, si ha infatti la possibilità di partecipare a una serie di giochi che vanno dalla risposta a quiz alla condivisione di contenuti sui propri profili social, il tutto ovviamente correlato ai temi che l’UNF vuole diffondere presso le generazioni più giovani. La parte forse più interessante è che attraverso queste attività/giochi si vincono dei ticket che valgono poi per l’estrazione di una serie di premi assolutamente in linea con il target: si va dai pass per un concerto di Lady Gaga ai biglietti per gli MTV Music Awards, fino alla possibilità di assistere a una gara di Nascar da vivere insieme a uno dei team partecipanti.
Trovo molto interessante l’approccio degli ideatori del progetto (non a caso, tutti under 40). Solitamente su temi sociali così forti si punta su di una comunicazione che responsabilizzi il destinatario, spingendolo ad agire per l’evidente bontà della causa, ricevendo in cambio al massimo un piccolo oggetto simbolico. In questo caso invece il progetto è totalmente tarato sulla gamification e sui premi appetibili per i giovani partecipanti, che vedono quindi la partecipazione sociale e la diffusione di tali temi come la chiave per ottenere premi appetibili, più che come fine ultimo dell’iniziativa.
Certo, questo apre anche un altro tema di discussione: tale approccio potrà certamente avere successo, ma è giusto che i giovani si avvicinino a temi così delicati e importanti solo perchè sperano di vincere un pass per il backstage di Lady Gaga, e non per una vera e propria consapevolezza? Il fine giustifica i mezzi, o si rischia di veicolare un messaggio sbagliato, con la conseguenza che molti si potrebbero disinteressare dei problemi in questione non appena terminerà il concorso? Il dibattito è aperto.

 

Alfredo

Tempi tecnici

Dopo anni di pressapochismo partitico e superficialità politica, siamo finiti nelle mani di un governo tecnico. Le evidenze degli ultimi tempi stanno a dimostrare però che, per quanto competenti, resta difficile anche per loro offrire le soluzioni e soprattutto le innovazioni (nei metodi, nelle proposte, nella sostanza) di cui necessitiamo.
E i tecnici, finiscono così per apparire sempre più distanti e incomprensibili.
Dopo anni di advertising trionfante di modelle e sportivi (li definirei testimonial tecnici), sono stato colpito in questi giorni da due campagne pubblicitarie i cui protagonisti sono persone comuni, tecnici solo per circostanza e non naturalmente tali, che risultano vicine, accessibili, immedesimabili.
Sarebbe interessante conoscere l’impatto di queste campagne sui fatturati (e la reputazione) delle due aziende e immaginare, magari, che a condurre il Paese nei meandri della crisi possa essere opportunamente un autista. Perché no?

Agostino

User Generated Tracklist

Qualche settimana fa vi avevo parlato di un post a tema musicale, rinviato per ragioni più importanti. Ora, con un po’ di ritardo, il post è arrivato.
Per il loro ultimo disco i Kaiser Chiefs hanno scelto una modalità di diffusione davvero originale. The Future Is Medieval – questo il titolo dell’album è composto da 20 canzoni, ma la particolarità è che in una sezione dedicata del sito della band  gli utenti volendo possono sceglierne 10, nell’ordine da loro preferito al costo di 7,50 £, dopo aver ascoltato una preview streaming per 60 secondi. Oltre alla possibilità di generare autonomamente la propria tracklist, si può anche customizzare la copertina del disco e rivendere la propria versione dell’album a 1£.
Trovo che l’idea (che sembra essere del cantante Ricky Wilson) sia molto interessante, e si ricolleghi perfettamente a quello che dicevo qualche tempo fa. In un’epoca in cui i confini del copyright sono sempre più labili e le modalità di fruizione si allontanano sempre di più da quelle tradizionali, per non essere sopraffatti dal cambiamento bisogna inventarsi nuove forme di distribuzione. In quest’ottica il coinvolgimento diretto dell’utente nelle dinamiche produttive e distributive (già sperimentato dai Radiohead, che fecero scegliere liberamente a ogni utente il prezzo da pagare per In Rainbows) è un’ottima strada da percorrere, a mio parere è il modo migliore per incentivare i fan a fruire delle opere in maniera legale.
Continuo a pensare che chi sale in alto per scrutare l’orizzonte in cerca di nuove prospettive avrà la meglio su chi continuerà invece a nascondere la testa sotto la sabbia…

1000 649 Agostino

Green carpet

Un po’ ci speravamo, ma si trattava di una di quelle combinazioni di risultati difficili da pronosticare. Non stiamo parlando di calcio scommesse (non è periodo…) ma dei premi Oscar, la cui premiazione di ieri sera ha celebrato praticamente tutti i film per i quali facevamo il tifo.
Partiamo da The Artist, non potrebbe essere altrimenti. Il film di Michel Hazanavicius si aggiudica ben 5 statuette, tra le quali le due principali (miglior film e miglior regia), miglior attore protagonista (Jean Dujardin) e due premi tecnici (colonna sonora e costumi). Ci piace sentire questo successo anche un po’ nostro. A questo film ci siamo affezionati da subito, ne parlava già entusiasticamente Daniela nel giugno scorso, quando ancora la lunga cavalcata agli Oscar non era partita. Poi sono arrivati il lavoro commissionatoci da Bim (che ha distribuito i film vincitori dei premi principali) e una pagina facebook di grandissimo successo. Più il traguardo si avvicinava e più l’impresa sembrava possibile, anche grazie al successo nei premi pre-Oscar. Poi il trionfo di ieri, che è già negli annali del cinema.
Un altro premio che ci sta molto a cuore è quello come miglior attrice protagonista a Meryl Streep per The Iron Lady. Si tratta infatti di un altro film Bim, di un altro nostro lavoro, anche in questo caso pagina facebook. Forse in questo caso la concorrenza era – se possibile – ancor più agguerrita che in altre categorie, in particolare c’era Glenn Close a far paura, con un film che sembrava cucitole intorno ad hoc per la conquista dell’Oscar. E invece l’ha spuntata The Iron Lady, che si aggiudica anche il premio per il miglior trucco.
Ma a farci esultare non sono soltanto i film per i quali abbiamo lavorato. Ci fa molto piacere anche il successo di Octavia Spencer come miglior attrice non protagonista per The Help, altro film sul quale aveva speso ottime parole Daniela (sapete a chi rivolgervi il prossimo anno se vi piace scommettere). E continuiamo anche a essere affezionati a quella trilogia Millennium che ci aveva visto protagonisti del lancio della versione originale di Uomini che odiano le donne in Italia e che nella sua versione americana si è aggiudica la statuetta per il miglior montaggio.
Unico piccolo rimpianto è per Pina 3D, in nomination come miglior documentario, che si è dovuto arrendere di fronte a Undefeated. Per il film di Wim Wenders, nostro ospite sul blog a Ottobre, avevamo curato – ancora una volta per Bim – la pagina facebook italiana. C’è mancato solo questo per completare il 13, ma forse sarebbe stato chiedere troppo. Quella appena passata resta comunque una gran bella nottata e stamattina vediamo anche in giro per l’ufficio qualche luccichio che sembra il riflesso su una statuetta d’oro…

 

450 250 Agostino

Social ticketing on board

La compagnia di bandiera olandese è sempre stata una delle prima a osare nella comunicazione, coinvolgendo spesso anche i passeggeri. Questa volta tenta di stupire chi delle innovazione può essere definito evangelist, che spesso si trova a sperare che tali “aggiornamenti” vengano presi in considerazione dai grandi brand e/o fornitori di servizi. KLM ha implementato la piattaforma Meet & Seat, per dare la possibilità, eventualmente lo si volesse, ai passeggeri degli aeromobili di mettersi in contatto attraverso due dei social network più usati nel mondo. Non un vero e proprio social ticketing, visto che il biglietto non può essere acquistato tramite account ma è solo una connessione successiva all’acquisto,  che permette di estendere il social networking online alla realtà. La comunicazione è strutturata essenzialmente per un target professionale e di settore, magari pronto a stringere nuove collaborazioni, ma la piattaforma è aperta a tutti anche solo per fare due “chiacchiere”. Un valore aggiunto del volo, che sicuramente non vede le sue fondamenta nel social media ROI (o no?).

341 300 Agostino

Birthday Marketing

Come ogni mattina sfoglio (virtualmente, s’intende) i feed e apprendo di una bella iniziativa del Ministero per i Beni e le Attività Culturali: chi deciderà di visitare un luogo di cultura statale nel giorno del suo compleanno entrerà gratis.
La promozione, valida per tutti i cittadini dell’Unione Europea, in realtà era nata l’anno scorso in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, ma visto il successo riscontrato verrà riproposta anche nel 2012. Una bella iniziativa di marketing dell’arte che mi ricorda un post di Ignazio, ma non solo.
La mente torna subito anche  a un messaggio che ho ricevuto su Facebook qualche giorno prima del mio compleanno. Era del gestore di un locale di Bologna, Il Covo, di cui sono fan (reminiscenze universitarie), e diceva che in occasione del mio compleanno mi avrebbero lasciato, se volevo, un accredito per entrare gratuitamente e un paio di free drink alla cassa. Purtroppo da anni non vivo più a Bologna e non ho potuto usufruirne, ma ho pensato che si trattava di un’ottima idea: in un colpo solo fidelizzi il cliente con un omaggio gradito e lo incentivi a festeggiare il suo compleanno nel tuo locale, ovviamente con gli amici, portando quindi altre persone che pagheranno gli ingressi e consumeranno.
Stesso discorso anche per l’operazione del Ministero sui musei: si presume che, assieme al festeggiato, visiteranno i luoghi d’arte anche altri accompagnatori paganti.
Operazioni di quello che definirei Birthday Marketing, doppiamente vincente. In primo luogo si associa la promozione a un evento, il compleanno, che è personalizzato per l’utente, creando una relazione più diretta e in qualche modo “intima” con l’azienda. Inoltre, si lega questa relazione a un evento che è – che piaccia o meno – correlato ormai inestricabilmente a logiche di consumo, che si cerca di dirigere verso il proprio business. Il tutto basato sul concetto di gratuità (non il vecchio buono sconto per il compleanno) e quindi apparentemente percepito come regalo e non come operazione prettamente commerciale.
Senza scomodare Chris Anderson io trovo questi casi molto interessanti, e mi auguro 100 di queste promozioni.

 

150 150 Agostino

Vieneme ‘n suonno

A metà post, lascio il sogno a Simone.
Flashback. A.D., che non sta né per anno domini né per Alfredo Daniela ma dice di un’amica cosmopolita, poliglotta, mamma e docente universitaria di diritto comparato, ci invita a cena verso metà settembre. So già che non mi attende una lezione sul Common Law, mi bastano quelle dei tempi dell’università. Immagino che tirerò due calci al pallone nel corridoio, per familiarizzare con E., suo figlio, otto anni e già/ancora romanista. Ma non posso mai arrivare a pensare che, davanti a un piatto di alici fritte, ci confessa il suo segreto. La sua follia, direbbe Daniela. Vuole assecondare il proprio spirito creativo e diventare imprenditrice nel campo della fotografia.
Non racconto l’idea nei dettagli, sarà a breve operativa. Dico che il concept ruota attorno all’ambientazione storica, target turisti stranieri, added value creare un format replicabile.
A.D. ci chiede, dunque, di trasformare tutto ciò in immagine.
Come spesso accade (a settembre, è accaduto molto spesso), incamero le informazioni, le inserisco nel mio storage cerebrale alla voce naming (dove, intanto, i neuroni stanno girando per dar vita a Reportime, OwnAir, Thread-off), saluto, ringrazio e torno a casa.
Mi metto a letto, do indicazioni a me stesso di lavorare nella notte, nel sonno, mi addormento, sogno, mi alzo e il nome c’è.
Arrivo in ufficio e, come capita da ormai un decennio, lo condivido con Agostino. Mi dà il suo parere favorevole e, insieme, a fine giornata, passiamo brief a Simone, per la creazione di logo e immagine coordinata.
È un giovedì ed è la prima volta che lavoro con Simone. Lui stagista, io Ceo, la trovo una cosa molto bella. Dà la cifra esatta di noi ma è un’altra storia. Non solo. Trovo davvero interessante che anche Simone metta in moto il pensiero la notte, andando a dormire.
Ora, tocca a lui.
Ho sperimentato presto che l’immagine coordinata si compone di due elementi: da un lato, la componente Apollinea, o orizzontale, che trova la sua forza nella coerenza semiotica e nel rigore formale degli equilibri visivi. L’applicazione di un metodo rigoroso che permette, di fatto, alla comunicazione di essere percepita dall’esterno come fruibile, esteticamente appagante, proveniente dalla stessa entità. Una mente lucida e fresca è l’ideale per questo tipo di processo atto a conferire stabilità alla comunicazione.
Poi, dall’altro lato, c’è Dioniso, l’impulso creativo, la buona idea, il giusto guizzo. La componente verticale della comunicazione, quella che porta in alto il processo creativo.
Dioniso, al contrario di Apollo, si muove bene quando la mente è libera dalla forma, quando vola eterea, come nell’ebbrezza di un bicchiere di vino. Sovente, come curiosamente accade anche ad Alfredo, Dioniso mi bussa alla soglia di un sogno, un attimo prima o un attimo dopo il suo complice Morfeo. Così è stato per Flashback. Sì, proprio questo il nome della nascente avventura.
C’è tanto Dioniso in questo bel progetto a partire dalla scommessa di A.D., passando per il naming, che dice semplicemente tutto, sino ad arrivare alla mia immagine coordinata. Formalizzarlo, poi, è stato un vero piacere.
Quando tutto trema attorno, la cosa peggiore è stare fermi. Forse, la soluzione è proprio ballare con Dioniso.